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Arrivederci, Nicola

Il jazz è come il mare: popolare, facile da amare, ma lo naviga chi lo conosce. Nicola Arigliano è così 

 

Scrivo di lui al presente, perché come la voce del mare puoi sentirla perfino in una conchiglia, quella di Nicola risuona sempre nel cuore e nelle orecchie di chi l’ha conosciuto. In ogni nota interpretata riecheggiano il Sole, il Sale e il Sud da cui è stato plasmato. E nelle parole delle sue canzoni puoi scorgere un pezzo della tua anima, come della sua. 

Cantando Venti chilometri al giorno… dieci all’andata e dieci al ritorno o I sing Ammore… per dirti baby I love you, dal 1958 sino ad oggi, Nicola ha navigato tutti i mari conosciuti della musica: Jazz, innanzitutto. Ma non solo. Lui con pochi altri ha portato in televisione lo swing, rendendolo popolare. Con buona pace di chi vorrebbe relegare la musica afro-americana in un ghetto per pochi eletti. Ha dato voce alle più belle musiche di grandi compositori italiani come Gorni Kramer (Le tue mani) o Umberto Bindi (Arrivederci). Ha duettato con i padri del jazz italiano, da Lino Patruno a Romano Mussolini, da Franco Cerri a Renato Sellani. Ha spaziato dal pop al blues e al Sanremo di 5 anni fa ha portato Colpevole, una ballad che ha commosso gli italiani dai 20 agli 80 anni. E, se avesse avuto ancora tempo, avrebbe continuato a farsi beffe del mondo. 
La potenza ironica del salentino, insieme con le forti radici che affondano nella terra rossa e l’odore di ricordi senza tempo, hanno caratterizzato lo stile di vita di Nicola. Un uomo contro-corrente, sempre. Anche a colazione, dove al cappuccino ha preferito 10 spicchi di aglio fresco. Il suo elisir di lunga vita. E per cena, altrettanto aglio, una mezza bottiglia di vino rosso e pasta lessa condita con pomodoro crudo e tantissimo peperoncino. 
È stato definito il “Frank Sinatra italiano”. Senza nulla togliere a “The Voice”, Nicola Arigliano ha espresso un’intensità e una purezza di voce, autentico strumento musicale, che da questa parte dell’Oceano ancora non ha trovato degni eredi. E non è una questione di bella voce o potenza dell’urlo: saper cantare è arte di pochi. Il canto è come la poesia: tutti ne abbiamo scritto almeno una, ma non tutti siamo Ungaretti o Neruda. Nicola Arigliano, come Alberto Rabagliati, Natalino Otto o, per stare ai giorni nostri, Mina, sono essi stessi strumenti musicali, sono Musica. Un modello da emulare, non da scimmiottare nei vari karaoke televisivi.
Il primo a parlarmi di Nicola è stato mio padre Antonio, jazzista pure lui. Molti anni dopo siamo divenuti amici per affinità musicali e… salentine. Tutte le volte che ci sentivamo, amava ricordare aneddoti di quando era bambino: sua nonna “di Giurdignano e andava a far compere a Poggiardo”. Poi, mi spiegava la filosofia di Pasquale, epiteto di tutti i suoi interlocutori: un modo originale di ironizzare su quelli che si prendono sempre troppo sul serio.
È stato mio ospite nei programmi che conducevo a Rai Radio 3 (“Jazz Magazine”, 1997) e special guest nella doppia edizione del mio “W il Jazz” su Rai Uno (1999 e 2000). 
Nel 2003 si esibì anche nel “Messàpia Jazz Festival”. E fu un successo al di là di ogni più rosea aspettativa: migliaia di ragazzi e ragazze, Under 25, quella sera lo trattennero fino alle 3 del mattino. Loro, i giovani, avevano compreso l’eccezionalità dell’Uomo e il talento di cui è stato protagonista. E sarà ancora il “Messàpia Jazz Festival” 2010 a realizzare il primo grande tributo all’Artista Nicola Arigliano: in una serata speciale a Gallipoli a fine luglio. Sul palco saliranno tutti i grandi interpreti della musica italiana, jazz e leggera, per dedicargli una canzone e dirgli: “Arrivederci”. 
 
Francesco Pascarito