Terra avvelenata

La discarica di Burgesi a Ugento (con i suoi 600 fusti di rifiuti tossici tombati e non ancora recuperati), ma anche quella di Castellino a Nardò e quella di Corigliano d’Otranto, passando dall’ex opificio “Zincherie Adriatiche” di Diso: queste le tappe di un percorso attraverso le principali criticità ambientali del nostro territorio, la cui incidenza di tumore tra la popolazione è sempre più rilevante. La Regione Puglia vuole vederci chiaro e insieme ad Arpa, Asl e sindaci sta organizzando un piano di intervento. Ma bisogna fare in fretta 

 

I numeri parlano da soli: 2.330. Tanti sono i morti per tumore registrati nel Salento nel 2013. Un dato purtroppo in costante aumento e che nel 1990 era “solo” di 1.496. Queste sono le cifre più impressionanti del documento pubblicato nei giorni scorsi dalla Lega Italiana per la Lotta ai Tumori.

In realtà, non è un dato che deve sorprenderci. Da anni è ormai non è un mistero che la Provincia di Lecce fa registrare un’incidenza tumorale superiore alla media nazionale, soprattutto per quel che riguarda il polmone e la vescica. 

L’origine di questo drammatico quadro sanitario è sempre stata individuata nell’inquinamento atmosferico prodotto dalle emissioni nocive di alcune attività industriali del territorio, dall’Ilva a Cerano, dalla Colacem alla Copersalento.

A partire, però, dalle rivelazioni del boss Carmine Schiavone, fino al caso dei fusti tossici interrati nella discarica di Burgesi a Ugento, è cresciuto l’allarme sullo stato di salute dei terreni e del sottosuolo salentino. Un allarme che in realtà era già stato lanciato in passato nei casi delle discariche di Castellino e di Corigliano d’Otranto e che si è recentemente riproposto con la zincheria di Diso. 

Insomma, non solo la nostra aria, ma anche il nostro suolo sembra gravemente malato, e viene spontaneo riflettere su un potenziale legame con il numero di tumori riscontrati.

Il timore è altissimo, tanto che la Lilt di Lecce, insieme a Provincia di Lecce e Università del Salento, coordinerà il progetto Geneo, che da febbraio monitorerà 32 comuni salentini suddivisi tra alto e basso tasso di mortalità tumorale; un numero che comunque potrebbe aumentare in seguito alle numerose richieste pervenute, a significare della paura che serpeggia tra le Amministrazioni comunali. Tra le operazioni previste, anche una serie di carotaggi per verificare la presenza di metalli pesanti, pesticidi e PCB (policlorobifenili).

La Regione Puglia ha promesso un impegno concreto per fare luce su questa vicenda, a cominciare da Burgesi, coinvolgendo anche Arpa e Asl di Lecce. E dall’ente di viale Capruzzi lancia l’emergenza anche il consigliere regionale Cristian Casili, vicepresidente della V commissione Ambiente, che ha chiesto una mappatura di tutti i siti inquinanti nel territorio salentino, anche in virtù delle numerose discariche aperte per urgenza e rinchiuse negli anni ’80 senza controllare che tipo di rifiuti fossero stati tombati.


Burgesi: emergenza nuova e fantasmi del passato

 

“Fate presto”: questo è l’appello lanciato dai sindaci di Presicce, Acquarica del Capo e Ugento nel corso del vertice tenutosi negli scorsi giorni a Bari insieme a Regione, Arpa e Asl: l’obiettivo era quello di predisporre un piano di intervento con il quale affrontare l’emergenza della discarica di Burgesi, ricadente nel territorio comunale di Ugento. Tutto è cominciato quando l’imprenditore Gianluigi Rosafio poco più di un anno fa rivelò ai Carabinieri che ben 600 fusti di PCB (policlorobifenili) erano stati interrati nella struttura, la cui presenza è stata confermata anche dalle analisi del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche). 

L’allarme è altissimo, perché i PCB rappresentano una sostanza chimica riconosciuta tra le più inquinanti e persistenti nell’ambiente, in grado di accumularsi facilmente nel suolo e in organismi che rientrano nella catena alimentare; i loro effetti sull’organismo umano possono palesarsi con tossicità del sistema riproduttivo, immunotossicità e cancerogenicità. 

Gli interventi si dirameranno in due direzioni: da un lato, si cercherà, con opportune metodologie, di individuare i 600 fusti per poi passare subito alla bonifica del sito: dall’altro, l’Arpa attuerà un costante monitoraggio della falda, tenendo sempre aggiornati i cittadini. L’Asl di Lecce, invece, si incaricherà dello screening da effettuare sulla popolazione dei tre comuni coinvolti, in particolare per diagnosticare possibili casi di carcinoma vescicale; non è però escluso che questa attività venga estesa a tutta la provincia di Lecce.

Il caso Burgesi ha inoltre riacceso i riflettori sull’omicidio, ancora senza colpevole, di Peppino Basile. Nel 2006, infatti, l’ex consigliere provinciale dell’Italia dei Valori pare stesse indagando su eventuali illeciti commessi proprio nella discarica ugentina riguardo le attività di bonifica e di rimozione e smaltimento di rifiuti speciali di cui era oggetto. Fu Bruno Colitti, titolare dell’omonima azienda che aveva partecipato ai lavori, ad autodenunciarsi, affermando di essere stato costretto dalla ditta appaltatrice a interrare nella stessa discarica una serie di rifiuti inquinanti. I giudici dichiararono l’infondatezza del reato, ma le odierne vicissitudini non possono che fare riflettere. 

 

Alessandro Chizzini