di Stefano Manca
Qualche settimana fa la sindaca di Lecce Adriana Poli Bortone ha querelato un centinaio di utenti che via social l’hanno insultata e diffamata. La prima cittadina ha raccolto tali commenti, “bussato” all’avvocata Francesca Conte e annunciato agli haters: “Le parole sono pietre. Da oggi tutti i lanciatori di pietre sono denunciati. La diffamazione a mezzo social è un reato gravissimo. Ora la parola passa al giudice”.
Analogo atteggiamento nel recente passato lo ha avuto un’altra sindaca italiana, di orientamento politico opposto. Mi riferisco a Silvia Salis, che a Genova ha querelato (con successo) per insulti sessisti, devolvendo il risarcimento ottenuto ai centri antiviolenza della sua città.
Come si fa a non condividere le azioni di Poli e Salis?
La libertà di espressione non è un diritto illimitato. La tutela della persona non deve mai venir meno, né si può usare la parola per ledere la dignità o la reputazione altrui. Dire o scrivere cose false o offensive su qualcuno davanti ad altre persone è un reato. Giornali e tv generalmente adottano i necessari filtri cestinando “a monte” insulti e violenze verbali. Sui social invece tale controllo fatica a prendere piede.
Ogni tanto nell’attività giornalistica si può scivolare in errori, richieste di rettifica, precisazioni. Ma questo non ha nulla a che fare con i discorsi d’odio, definiti “hate speech” e fortunatamente puniti in gran parte d’Europa, di cui sono zeppi i social.
È possibile criticare, anche aspramente, governi, poteri e figure pubbliche. È una grande libertà che appartiene alle democrazie liberali. Non sprechiamola, e non confondiamola, diffamando e insultando.
(pubblicato su Belpaese di luglio 2026)