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Il caso Ranucci

di Stefano Manca
Un famoso aforisma attribuito a Giorgio Almirante recita più o meno: «Chi ruba va messo in galera ma se il ladro è uno dei nostri la pena dev’essere raddoppiata». Per esteso, poiché qui non si parla di ladri, la penso così sul caso Ranucci. Anzi, la penso così su chiunque.
Alla conduzione di Report preferivo e preferisco Milena Gabanelli – puntuale e professionale anche nella gestione delle contestazioni – ma questa è solo la mia irrisoria opinione di telespettatore pizza e birra davanti alla tv. Tuttavia il Ranucci inviato per me resta un fuoriclasse e mi dispiace che le sue qualità dimostrate negli anni tentino adesso di farle sparire dalla memoria collettiva, soppiantate dagli ultimi fatti.
Esattamente un anno fa a margine di una bellissima serata a Castiglione d’Otranto riuscii a scambiare con lui due parole e farmi una foto ricordo. Tornando alle vicende che lo coinvolgono, quello che sta emergendo non mi piace e non mi riferisco alle sue frequentazioni. Persino a chi fa cronaca a livello iperlocale scrivendo trafiletti a pagina 850 del giornale di provincia capita di ritrovarsi al tavolo con persone che nella vita privata non vorrebbe vedere nemmeno col binocolo. E se questa sensazione la prova uno scribacchino de paese, figuriamoci il capomastro della principale trasmissione d’inchiesta della tv di Stato (e forse della tv italiana tout court).
C’è un libro del giornalista Alessandro Barbano che s’intitola «Professionisti del dubbio». Parla (anche) di «verità moralistiche». Quelle pagine pubblicate quasi trent’anni fa eppure attualissime mi sono tornate in mente in questi giorni di tifoserie impazzite, da una parte e dall’altra, attorno a Sigfrido Ranucci.
Detto questo, nessuna beatificazione aprioristica. Nessun santino da portare in processione.
Attendo, disincantato, i fatti.

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