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Un futuro incerto per gli immigrati ospiti a Castiglione

Molti ragazzi alloggiati nella Tenuta del Monte rischiano di non avere il riconoscimento dello status di rifugiati politici, a causa di una legislazione poco efficace 
 
Era nata come una bella storia, intrisa di speranza e fiducia, ma ben presto sono sorte le prime difficoltà per i giovani immigrati fuggiti dalla guerra in Libia ospitati all’interno della Tenuta del Monte di Castiglione d’Otranto, frazione di Andrano. In questi ultimi mesi, la vicenda ha subito varie evoluzioni che hanno spesso messo a repentaglio la serena convivenza all’interno della Tenuta. Ora, per motivi legati all’eccessivo sovraffollamento, la Asl ha deciso di ridurre il numero dei ragazzi ospitati dalla tenuta: dei 101 immigrati presenti originariamente, sono rimasti in 63, mentre gli altri sono stati trasferiti presso altri centri di accoglienza. 
Molti di loro, però, cominciano a rivedere molte “ombre” nel loro immediato futuro; la Commissione Territoriale di Bari deve infatti decidere, per ognuno di loro il rilascio, dello status di rifugiato politico per cinque anni, la protezione benevola per un anno per motivi umanitari oppure ordinare il ritorno in patria. La concessione dell’asilo politico non è però cosa facile da ottenere per i giovani africani della Tenuta Del Monte, in quanto occorre dimostrare alla Commissione giudicante di essere perseguitati per motivi di razza, religione, idee politiche o sociali. Le loro storie, però, molto spesso non sono considerate veritiere e a molti ragazzi viene ora intimato di lasciare l’Italia. dando però origine ad un particolare circuito vizioso che non solo accentua ulteriormente la precarietà della vita dei giovani immigrati, ma che rischia di avere anche negative ripercussioni per tutto il territorio. 
 
 
“Noi, perseguitati in Nigeria” 
 
Belpaese ha ascoltato le drammatiche testimonianze di tre ragazzi nigeriani scappati in Libia perché perseguitati e minacciati di morte. A loro non è stato riconosciuto l’asilo politico  
 
Molte delle storie dei ragazzi della Tenuta Del Monte raccontano di una vita drammatica e di esperienze che appartengono ad una cultura lontanissima da quella italiana. Alcune di esse parlano di riti vudù e simili ed è forse anche questi elementi le ragioni del mancato riconoscimento dell’asilo politico. Tra di essi, tre ragazzi nigeriani che hanno deciso di raccontarci la loro triste storia fatta di violenza, minacce di morte e persecuzione; tutti elementi che giustificherebbero invece il riconoscimento dell’asilo politico. Tre giovani che indicheremo con tre nomi di fantasia e che condividono anche un altro particolare elemento: essere stati trasferiti con la forza a Lampedusa per essersi rifiutati di combattere con le milizie di Gheddafi. 
Al diniego del riconoscimento dello stato di rifugiati, gli avvocati hanno presentato appello, concedendo ai ragazzi un permesso di soggiorno temporaneo. 
Mustaphà ha 29 anni e per tre anni ha vissuto in Libia guadagnandosi da vivere come saldatore; sul suo volto e lungo la sua vita si notano delle cicatrici che lo designano dalla nascita come erede del padre alla guida di un villaggio di religione vudù, benché abbia una madre di religione cristiana: “Non ho voluto seguire le orme di mio padre e non amavo quella vita che, tra le altre cose, prevede anche il sacrificio umano; il mio rifiuto ha però fatto infuriare tutto il villaggio, compreso mio padre stesso, che ha minacciato di uccidermi. Sono stato così costretto a fuggire e a perdere di conseguenza ogni contatto con la mia famiglia e con mia sorella molto malata. Mi sono rifugiato in Libia dove ho praticato l’attività di saldatore e vissuto da solo in un piccolo appartamento. Purtroppo la guerra mi ha tolto tutto: lavoro, casa e denaro. Spero che le istituzioni e i cittadini italiani possano aiutarmi in questo momento. Non voglio ritornare in Nigeria”. 
La storia di Mohammed è molto simile a quella di Mustaphà. 30 anni e impiegato in Libia nel campo della moda, anche Mohammed ha dovuto fare i conti con la cultura vudù, ma è molto in apprensione per la sorte di sua moglie e dei suoi due figli: “La famiglia di mia moglie pratica i riti vudù e io mi sono sempre rifiutato di condividere la loro vita per restare fedele alla mia religione musulmana; per questo motivo il mio suocero e i suoi familiari mi hanno spesso picchiato e minacciato di morte. La fuga in Libia è stata una scelta obbligata, ma la mia famiglia è in pericolo. Sono scappato dalla morte e prego che l’Italia possa aiutare anche mia moglie e i miei figli affinché possano raggiungermi qui”. 
Diversa -ma ugualmente drammatica- la storia del trentenne saldatore Abdul: “Sono nato in una famiglia poverissima e le vicissitudini della vita mi hanno portato a entrare a far parte di una banda di criminali assassini. Mi sono pentito di questa mia scelta, ma sono stato minacciato di morte in caso di abbandono. L’unica soluzione è stata quindi quella della fuga in Libia, anche grazie all’aiuto di un carissimo amico. Durante la guerra mi sono rifugiato prima nella mia azienda e poi per le strade, dove sono stato catturato dai ribelli. Ora spero di cuore che l’Italia aiuti me e gli altri ragazzi ad avere un futuro più sereno e con maggiori speranze”. 
 
Alessandro Chizzini