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Yvan Sagnet: “Non più vittime dei caporali”

La rabbia dei lavoratori extracomunitari della Masseria Boncuri di Nardò nelle parole di Yvan Sagnet, simbolo della ribellione contro il caporalato e la “nuova” schiavitù. E intanto la stessa Masseria dai primi di settembre chiude i battenti  
 
Ha 26 anni, è originario del Camerun, è iscritto alla Facoltà di Ingegneria delle Telecomunicazioni del Politecnico di Torino e, proprio per pagarsi gli studi, ha deciso di trasferirsi per l’estate a Nardò presso la Masseria Boncuri. La sua mansione: la raccolta di angurie e pomodori. Sono però bastati pochi giorni per rendersi conto delle drammatiche, vergognose e illegali condizioni in cui versavano i suoi oltre 400 colleghi. Un periodo sufficiente a convincere Yvan Sagnet (nella foto) a diventare protagonista di una vigorosa protesta che ha convogliato l’attenzione dei mezzi di comunicazione locali e non, delle istituzioni e dei cittadini. Un grido di aiuto e allarme che ha toccato i livelli più alti sabato scorso a Melpignano, sul palco del concertone della Notte della Taranta. 
Intanto l’Amministrazione comunale di Nardò ha deciso di non prevedere alcuna proroga alla data di chiusura della Masseria stabilita per il 31 agosto, nonostante nel campo siano ancora presenti circa numerosi lavoratori che, in gran parte, versano in un grave stato di bisogno e non hanno la possibilità di trovare altro ricovero, né tantomeno di sostenere le spese di viaggio per raggiungere altri luoghi dove ricercare occupazione. Due settimane fa circa la stessa Amministrazione comunale aveva comunicato ai lavoratori che avrebbe ricercato delle soluzioni per sostenere le spese per l’allontanamento dal campo e il raggiungimento di altre sedi di lavoro, tenuto conto della situazione straordinaria creatasi quest’anno sia a seguito della crisi denunciata dai produttori di angurie, ma anche della lotta per il riconoscimento dei propri diritti e per contrastare il caporalato che ha visto protagonisti i lavoratori di Boncuri. 
Yvan, nell’ultimo periodo sei balzato agli onori della cronaca per essere diventato il referente principale della protesta che voi dipendenti della Masseria Boncuri state diffondendo in tutto il territorio. Quali sono le motivazioni di quella che si può definire una vera e propria rivolta?
Ciò che noi denunciamo è un vergognoso sfruttamento di noi lavoratori. Un sistema di schiavitù e caporalato organizzato e perpetrato nei nostri confronti dai datori di lavoro e dai cosiddetti ‘caporali’ appunto; un meccanismo illegale che da anni i lavoratori di Boncuri subiscono passivamente e senza possibilità di ribellarsi, almeno finora. 
Hai parlato di schiavitù e di sfruttamento. Sono accuse molto gravi, quali sono state le irregolarità e le discriminazioni che avete notato?
Innanzitutto, siamo stati assunti firmando dei documenti che i datori di lavoro spacciavano come contratti di lavoro; in realtà, si tratta di carte false: non siamo lavoratori regolari, operiamo in nero e quindi non abbiamo diritto ai contributi sociali o alla disoccupazione. I gestori di Boncuri del resto non hanno mai voluto farci prendere visione di questi ‘contratti’, fin quando non siamo riusciti ad entrare in possesso di alcune copie dove abbiamo verificato l’irregolarità degli stessi e ciò è anche dimostrato dal fatto di non essere iscritti nelle liste dell’Inps. Dal punto di vista igienico-sanitario la situazione è ugualmente drammatica e vergognosa: manca l’acqua calda, siamo costretti a fare la coda per una doccia e dormiamo su delle brandine poste all’interno di tende dove trovano posto circa 6-7 persone.
Se sono queste che le condizioni lavorative, si presume che anche il trattamento economico viaggi sugli stessi binari e in questo contesto entra prepotentemente in scena la questione del caporalato, forse il simbolo più eclatante dell’illegalità in cui si svolge il proprio lavoro. In che modo i caporali vi sfruttano?
A noi spettano circa 3 euro per ogni cassa di pomodori o angurie riempita, mentre per i ‘caporali’ il compenso ammonta a circa 15 euro. Per noi lavoratori ne deriva una paga giornaliera che si aggira intorno ai 25 euro, quasi 2 euro all’ora quindi e contratto provinciale non rispettato. Da questa cifra bisogna però detrarre il costo del viaggio verso il posto di lavoro, del panino e dell’acqua che siamo obbligati a pagare. 
Avete mai pensato di rinunciare anche solo ad una parte di queste vostre normali necessità così da ritrovarsi a fine giornata qualche spicciolo in più? Oppure quando hai detto “obbligati a pagare” intendevi altro?
Parlo proprio di coercizione; i caporali ci obbligano nel vero senso della parola a spendere 5 euro per un tragitto di poco superiore ad un chilometro, quasi 4 euro per un panino e poco più di 1 euro per l’acqua. Non è poi difficile fare dei semplici calcoli e accorgersi che la nostra retribuzione quotidiana scende sotto i 20 euro, cifra che corrisponde però a 16 o 17 ore di lavoro giornaliero.
Siete quindi vittime di ciò che può considerarsi la richiesta di un ‘pizzo’. A cosa rischiate di andare incontro in caso di mancato pagamento?
Subiamo minacce, anche di morte, o, nel caso migliore, perdiamo il lavoro. Ci troviamo quindi in una drammatica situazione di mancato riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Un rodato meccanismo di sfruttamento della schiavitù. 
Sabato 27 agosto hai avuto l’onore di salire sul palco della Notte della Taranta a Melpignano e denunciare davanti a oltre 100mila persone e davanti ai mezzi di comunicazione locali e nazionali tutto ciò di cui ci stai parlando. Che sensazioni hai provato in quella particolare situazione?
È stato davvero emozionante e un onore immenso partecipare a questa manifestazione e approfittare della sua importanza e del suo richiamo internazionale per sensibilizzare quanta più gente possibile verso un dramma che da anni coinvolge tantissimi ragazzi. Ringrazio di cuore l’organizzazione della Notte della Taranta per avermi concesso questa straordinaria opportunità.
In questa occasione hai però anche incontrato l’onorevole Massimo D’Alema. Cosa vi siete detti?
Ha voluto informarsi su tutta la vicenda e sulla nostra denuncia. Mi ha ascoltato attentamente e ha promesso di aiutarci e sostenerci nella nostra lotta. È stato un privilegio fare la sua conoscenza e parlare della situazione dei lavoratori di Boncuri.
La Masseria Boncuri si trova a Nardò. Come ha reagito e sta reagendo la popolazione neretina alle vostre denuncie e manifestazioni di protesta?
Non posso che esprimere infinita gratitudine nei confronti dei cittadini di Nardò. Da loro abbiamo ricevuto sostegno sia economico che materiale, e lo stesso contributo è pervenuto anche dal resto dell’Italia. Ringrazio quindi il popolo italiano, ma soprattutto quello neretino che hanno dimostrato amore e affetto nei nostri confronti.
La realtà della Masseria Boncuri è stata posta sotto gli occhi di tutti e certamente, nonostante la chiusura della stessa, la vicenda non finirà qui. Quali saranno le vostre prossime mosse?
Continueremo nella nostra lotta, d’altronde chiediamo solo che vengano rispettate le leggi e riconosciuti i nostri diritti. Vogliamo coinvolgere maggiormente le istituzioni e i datori di lavori a cui abbiamo ricordato di attingere dalle liste di prenotazione; al momento, ancora nessuno si è mosso, ma noi li aspettiamo. Nel frattempo non si fermeranno le nostre manifestazioni; l’ultima si è svolta a Foggia con la collaborazione della Flai Cgil e proseguirà in tutta la Puglia. Questa battaglia sarà anche una sfida personale, mi impegnerò senza sosta affinché ai lavoratori di Boncuri vengano riconosciuti di nuovo l’onore e i diritti e il caporalato finisca. Non possiamo essere lasciati soli. 
 
Alessandro Chizzini