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Sanità, quegli stipendi che crescono in tempi di tagli

Torna il ticket sui farmaci e tra Lecce, Brindisi e Taranto salteranno 7 ospedali e oltre 600 posti letto. Ma intanto anche i dirigenti della Asl di Lecce applicano un “leggero” aumento ai loro stipendi
 
Dolorosi, per dirla con Vendola, ma prevedibili. I tagli alla spesa sanitaria regionale presentati dall’assessore alla Sanità Tommaso Fiore erano nell’aria e la forbice, come preannunciato da anni, sarà letale soprattutto per i piccoli ospedali. Nel Sud della Puglia sono destinati alla chiusura 7 nosocomi: uno nella provincia di Brindisi, due in quella di Taranto, quattro in quella di Lecce dove le strutture di Maglie, Poggiardo e Gagliano saranno riconvertite in servizi privi di posti letto, mentre quella di San Cesario sarà trasformata in polo riabilitativo. Nel 2012 saranno complessivamente 195 i posti letto in meno nella Asl di Lecce, 609 in tutto nel Grande Salento.
Blocco parziale delle assunzioni e reintroduzione del ticket sulla ricetta per la prescrizione dei farmaci sono gli altri due provvedimenti necessari per rientrare in tre anni di 450 milioni, così come richiesto dal Governo nazionale. Misure, queste, ormai non più rinviabili, anche alla luce del disavanzo della sanità che al 31 dicembre 2009 ammontava a 727 milioni di euro. A gettare benzina sul fuoco, però, è arrivata la scorsa settimana la denuncia di sei consiglieri regionali del PdL per l’aumento dello stipendio che i vertici della Asl di Lecce si sono auto-applicati, così come prevede una recente legge regionale. Il direttore generale percepirà infatti un aumento di 24mila euro arrivando a percepire oltre 184mila euro l’anno; il direttore sanitario un aumento di 23mila euro per arrivare a oltre 143mila euro l’anno; il direttore amministrativo, infine, avrà un aumento di 15mila euro, per un totale di 118mila euro l’anno. Il tutto con effetto retroattivo dal 2 marzo scorso: “Come se nulla stesse accadendo nel mondo, come se nessuno stesse facendo sacrifici, come se le Regioni non stessero minacciando addirittura di restituire le deleghe al Governo per i tagli imposti dalla manovra, come se la Puglia fosse un’isola felice”, avevano  commentato i sei consiglieri. 
L’intervento risulta dunque alquanto intempestivo alla luce dei tagli alla sanità, che si aggiungono allo scontro con il Governo e al fatto che la storia dell’aumento degli stipendi dei vertici della Asl si ripete a distanza di appena un mese. Ad inizio giugno, infatti, era scoppiata una prima polemica dopo che il Pdl aveva denunciato il fatto che otto manager, tra cui i dirigenti delle Asl di Bari e Bat e il direttore generale degli Ospedali riuniti di Foggia si erano alzati lo stipendio del 25%. L’imbarazzo fu tale che il governatore Vendola, seguito da altri esponenti della maggioranza, chiese le dimissioni degli otto dirigenti, poi effettivamente arrivate e accolte.
La levata di scudi del presidente fu accompagnata anche dalla promessa che da quel momento in avanti sarebbe stato impedito ai vertici delle Asl di aumentarsi le indennità. Promessa difficile da mantenere, giacché è un apposito articolo di una legge regionale del marzo 2010 a permettere ai dirigenti di gestire autonomamente questi spostamenti. Che sicuramente, viste le cifre, non valgono un ospedale in più o in meno, ma servono da piccolo esempio, questo sì, per capire perché, per tenere i conti in ordine, tasse, ticket e chiusure di reparti ospedalieri sembrano non bastare mai.
 
Fabio Bolognino