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La pittura di Giuseppe Provenzano, materia come spazio dell’altrove

Oltre la superficie: non una natura da imitare ma un mondo ancora da scoprire

 

Nelle opere polimateriche di Giuseppe Provenzano la pittura sembra compiere un passaggio decisivo: smette di essere principalmente rappresentazione e diventa materia pensante.
Non c’è, infatti, un mondo da riprodurre, né una figura da riconoscere. C’è piuttosto una superficie da esplorare, nella quale colore, smalto, stratificazione, abrasione e segno costruiscono una realtà autonoma. Il quadro non racconta qualcosa che esiste fuori di sé: costruisce un luogo che prima non esisteva.
È questo il primo elemento che rende interessante la ricerca di Provenzano e la colloca nel solco della grande esperienza della pittura materica e dell’astrazione contemporanea. Ma la sua ricerca non sembra fermarsi alla materia come pura fisicità. La materia, nelle sue opere, tende a diventare spazio, distanza, profondità, universo.
Il blu che domina molte delle superfici non è semplicemente un colore. È una condizione atmosferica. È profondità e insieme lontananza. È il colore di un luogo che non appartiene più completamente alla dimensione terrestre.
Nell’opera superiore, per esempio, le verticali sembrano strutture architettoniche o coordinate di un sistema sconosciuto. La linea nera che attraversa orizzontalmente la superficie introduce una direzione, quasi un’orbita; quel piccolo disco arancio, sospeso sulla linea, diventa improvvisamente una presenza cosmica. Potrebbe essere un sole, un pianeta, una sorgente di energia. Ma potrebbe anche non essere nulla di tutto questo. Ed è proprio questa ambiguità a rendere l’immagine potente.
Provenzano non rappresenta l’universo: ne suggerisce la possibilità.
Nel grande lavoro sottostante, invece, la materia sembra farsi geologia. Le fasce verticali assumono l’aspetto di stratificazioni, porzioni di una superficie sottoposta al tempo, all’erosione, all’ossidazione. Il colore appare depositato, consumato, riemerso. La pittura sembra quasi possedere una memoria propria.
Qui il quadro diventa qualcosa di più di una superficie dipinta: sembra una porzione di materia proveniente da un tempo remoto.
Ed è particolarmente significativo che questa sensibilità alla materia provenga anche dall’esperienza professionale di Provenzano come odontotecnico. La sua conoscenza degli smalti, dei materiali, delle superfici e dei procedimenti di trasformazione non rimane un semplice bagaglio tecnico: entra nel processo creativo e diventa linguaggio.
Ma nell’arte accade qualcosa di importante: la tecnica si emancipa dalla funzione.
Ciò che nella professione deve essere controllato, modellato, stratificato e portato a una precisa conformazione, nella pittura diventa ricerca, intuizione, imprevisto. Il sapere del materiale non serve più a ottenere una forma utile, ma a scoprire quale forma la materia stessa sia capace di assumere.
È forse questo il tratto più originale della sua esperienza: Provenzano sembra conoscere la materia abbastanza profondamente da poterle consentire di sfuggire al controllo.
Da qui nasce una pittura sospesa tra ordine e disordine. Le strutture geometriche cercano di organizzare lo spazio, mentre le superfici reagiscono, si corrodono visivamente, si interrompono, si sovrappongono. La geometria dà un’architettura al quadro; la materia la mette continuamente in discussione.
Questa tensione produce un risultato di grande suggestione: una pittura fredda solo in apparenza, perché sotto il rigore della costruzione pulsa una materia inquieta.
E c’è, soprattutto, un progressivo allontanamento dall’umano.
Le opere di Provenzano non sembrano parlare dell’uomo, delle sue vicende o della sua psicologia. Sembrano immaginare piuttosto ciò che potrebbe esistere prima dell’uomo o dopo l’uomo: superfici planetarie, territori siderali, frammenti di mondi sconosciuti, tracce di un tempo nel quale la presenza umana non è ancora comparsa, oppure è già scomparsa.
È qui che la sua pittura assume una dimensione quasi cosmica e, per certi versi, post-umana.
La materia non è più il mezzo attraverso il quale l’artista racconta qualcosa di umano. È la materia stessa a diventare protagonista, quasi a rivendicare una propria autonomia.
E allora il quadro può essere guardato come una sorta di finestra rovesciata: non ci permette di vedere meglio il mondo che conosciamo, ma ci spinge verso ciò che ancora non conosciamo.
La superficie diventa soglia.
Il colore diventa atmosfera.
La materia diventa paesaggio.
Il segno diventa traiettoria.
E lo spazio, infine, diventa interrogazione.
Per questo la ricerca di Giuseppe Provenzano non va letta soltanto come esercizio di pittura astratta o materica. C’è, nelle sue opere, il tentativo più ambizioso di portare la materia oltre la sua stessa riconoscibilità, fino a farne una dimensione dell’immaginazione.
Una materia che non imita la natura, ma sembra provenire da una natura ancora da scoprire.
Forse è proprio questo il vero orizzonte di Provenzano: non dipingere ciò che vediamo, ma dare forma a ciò che potremmo vedere se riuscissimo, per un istante, a guardare oltre la superficie delle cose.

Dario Massimiliano Vincenti

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