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Addio a Guccini, ultimo esistenzialista

Nella società contemporanea ha preso piede la tendenza a classificare, etichettare, inquadrare le persone, quasi per non perdere tempo nel misurarsi con la complessità della loro esistenza. Sta accadendo anche con Francesco Guccini. Si rincorrono gli aggettivi: anarchico, comunista, socialdemocratico, socialista libertario… Le etichette si susseguono, gli inquadramenti politici cercano di prevalere gli uni sugli altri.

Ma chi era veramente Guccini? Per me è stato, prima di tutto, un esistenzialista. Uno che ha posto al centro della propria riflessione l’esistenza dell’uomo concreto, con i suoi dubbi, le sue debolezze, le sue paure e, soprattutto, le sue domande. Tante domande.

Domande sulla vita e sulla morte, sulla natura dell’uomo e sulle dinamiche sociali, sul senso della storia e sulla dignità umana. Domande sull’esistenza, appunto.

Se il credente medio tende a eludere queste domande, rimettendo le risposte all’imperscrutabile disegno divino; se l’arrivista le ignora, preso dalla ricerca del denaro e del successo; se il politico le misura in termini di consenso, Guccini quelle domande se le poneva. E se le poneva davvero. Senza preoccuparsi che dovesse necessariamente esistere una risposta. Anzi, spesso, proprio a partire dall’impossibilità di una risposta.

Su quelle domande ha costruito le sue canzoni, i suoi racconti, i suoi romanzi. Opere che non si limitavano a raccontare, ma costringevano a riflettere. E la riflessione, quando è autentica, produce quel salto di qualità che consente all’uomo di acquisire una maggiore consapevolezza di sé, della propria specie, del proprio stare nel mondo. E quindi di coltivare valori come la tolleranza, il dubbio, il rispetto dell’altro. Di riscoprire, in definitiva, il concetto stesso di umanità.

Perché l’esistenzialismo, in fondo, è anche questo: mettere al centro l’uomo e la sua umanità, senza imprigionarlo dentro un’etichetta, senza sottrarlo alle sue contraddizioni.

E forse è proprio per questo che Guccini è stato così importante: perché non ci ha consegnato risposte facili. Ci ha lasciato domande. E ci ha insegnato che continuare a porsele è una delle forme più alte della nostra dignità. Addio, dunque, maestro. Addio all’ultimo grande esistenzialista italiano (foto: Niccolò Caranti; CC BY-SA 4.0 / ritagliata da Belpaese; Wikimedia Commons).

Salvatore Ciriolo

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