di Stefano Manca
La domanda l’ha posta recentemente il geologo Mario Tozzi dal quotidiano La Stampa, ben prima che crollasse l’Arco degli Innamorati a Melendugno. “L’Italia ha il record continentale di frane censite: oltre 620mila su circa 750mila europee. Ma non è all’avanguardia nella difesa dei propri territori fragili. Perché?”. È lo stesso studioso a rispondere: “Ignoranza, ricerca del consenso e profitto che generano un fatalismo diffuso”.
La secca analisi si fa più interessante poco dopo, quando Tozzi definisce gli amministratori locali italiani pronti “a spendere i pochi denari a disposizione nelle feste patronali invece che in prevenzione e abbattimento degli immobili in pericolo o abusivi”.
Complicato controbattere. A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, una frana ha devastato il centro abitato fino al crollo di palazzine, cedimenti ed evacuazioni di massa, mentre la Procura di Gela ha aperto un’indagine per disastro colposo.
Niscemi dista da Lecce 674 chilometri, circa otto ore d’auto secondo gli stradari Google. Ma davanti all’interrogativo del geologo Tozzi le distanze vanno a farsi benedire perché la sua domanda è pertinente ovunque. E non andrebbe posta solo agli amministratori, temo, ma anche agli amministrati.
I cittadini sarebbero disposti a far dirottare danari pubblici a beneficio della prevenzione dei disastri idrogeologici, a scapito magari di feste e balli? Me lo chiedo proprio dalle pagine di un giornale che a sagre e feste ha dedicato, dedica e dedicherà spazio e attenzione. Ma davvero, senza giudicare: quanto siamo disposti a rinunciare alla festa prima che sia la natura a farcela, la festa?