Il “no” della Puglia alla privatizzazione dell’acqua

Al “sì” della Camera alla privatizzazione dell’acqua (con 302 voti favorevoli, 263 contrari e nessun astenuto), si contrappone il “no” di molte personalità, singole associazioni e di enti locali territoriali. E tra questi non manca la reazione della Regione Puglia, che per voce del suo governatore Nichi Vendola, ancor prima della recente discussione in Aula, aveva espresso il suo parere negativo all’approvazione del cosiddetto decreto Ronchi “salva-infrazioni” per l’attuazione degli obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia europea. Il provvedimento che contiene la riforma dei servizi pubblici locali diventa quindi legge dello Stato e ciò determina il via libera alla riforma dei servizi pubblici, tra i quali quelli dell’erogazione del’acqua, che d’ora in poi potrà essere gestito direttamente dai privati.
La gestione passerà dunque progressivamente nelle mani dei privati, anche se il dispositivo precisa che la proprietà pubblica del bene “acqua” deve essere garantita e che la rete idrica resta proprietà degli Enti locali. Il governo delle risorse idriche, si specifica, “spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche, in particolare in ordine a qualità e prezzo del servizio”. La gestione dei servizi pubblici locali sarà conferita “in via ordinaria” attraverso gare pubbliche, aperte e società anche miste pubblico-private, mentre la gestione sarà consentita soltanto in deroga e “per situazioni eccezionali”. “La privatizzazione dell’acqua -ha dichiarato Nichi Vendola- è una bestemmia. Il decreto è un crimine contro l’umanità. L’acqua è un bene comune e non è assoggettabile alle regole del mercato. Noi vogliamo la ripubblicizzazione dell’acqua, come sta avvenendo in Francia e in molte altre parti del mondo, e ci impegneremo per trasformare l’Acquedotto Pugliese da società per azioni a ente di diritto pubblico”.