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Ciao, Uccio

Il Salento saluta il suo “cantore”, scomparso una settimana fa ad 82 anni 
 
Stava pensando a come “investire” la ricorrenza te santu Martinu. Ne aveva parlato con il sindaco del suo paese, Cutrofiano, ed insieme tra quarche giurnu dovevano mettere a puntino la scaletta di una evento che avrebbe riconsegnato al palco la voce e gli stornelli di Uccio Aloisi. Il “cantore” del Salento non c’è più, scomparso una settimana fa ad 82 anni senza essersi ripreso da un malanno che negli ultimi tempi aveva limitato al minimo le sue esibizioni canore. Lo ricordiamo nell’ultimo concerto della Notte della Taranta a Melpignano, sul palco di fronte ai 100mila e passa tarantati, ancora una volta incantati dalla voce di un ottuagenario che trova la forza di gridare stornelli e ricamare fioriture come nessun altro. Uccio Aloisi ha rappresentato (e rappresenterà) il filo conduttore di una cultura identitaria del territorio, di una tradizione costruita non solo sulle canzonette e sulle melodie del canto contadino che parte dalla gente comune ed umile per elevarsi al rango di nota popolare.
La voce di Uccio Aloisi riecheggerà ogni qualvolta si ballerà la pizzica, ogni qualvolta un tamburello scandirà i ritmi della taranta, perché Uccio Aloisi “è” la pizzica. Fu lui insieme ad altri due “Ucci” (Bandello e Melissano) ad incubare stornelli, nenie e rime d’amore quando invece in Italia impazzava il pop ed il beat. Il loro lavoro non è andato perduto ed oggi è diventato il bagaglio storico e culturale delle nuove generazioni che pizzicano il tamburello. 
Per ricordare l’artista ed il grande uomo, la frase del sindaco di Cutrofiano, Aldo Tarantini, nell’elogio funebre: “Ora Uccio, da lassù, continuerà a cantare per non far morire la musica”. 
 
Daniele Greco 
 
 
“Chi non ama la musica non ama l’amore”
 
Per ricordare Uccio Aloisi vogliamo riproporre un’intervista realizzata nel settembre 2006 da Claudia Mangione per il nostro settimanale, nella quale l’artista racconta delle sue origini e del suo grande amore per la musica e per la sua terra
 
Ci diamo appuntamento nel centro di Lecce, dove il famoso cantore giunge accompagnato dal suo direttore artistico Mino Romano e da Domenico Riso, uno dei musicisti de “Lu Gruppu”. Decidiamo di accomodarci all’interno di un bar e qui, con il suo inconfondibile timbro di voce, Uccio Aloisi racconta di esser nato a Cutrofiano settantotto anni fa da una famiglia di umili origini contadine. Nel corso della sua vita, strappata alla miseria giorno per giorno, si è dedicato a diversi mestieri, alcuni dei quali anche molto rischiosi: “Ho lavorato la terra, ho estratto il tufo nelle cave, ho scavato i pozzi di acqua, ho lavorato nelle vigne. Ho rischiato la vita sei volte di sicuro, ma nel vero senso della parola. Ricordo quando nu giurnu ero insieme ad un parente a lavorare in una cava ed è caduto un pezzo di tufo di 70 kg. Lassau ‘nterra na conca tanta!” e alle parole accompagna un movimento delle braccia per dare l’idea della gravità del pericolo corso in quell’occasione. I capelli bianchi incorniciano il volto segnato dal tempo su cui risaltano gli occhi dolci e sorridenti. 
È stato un lavoratore instancabile, paziente e accorto e la musica popolare della sua terra gli ha fatto da sottofondo alle fatiche quotidiane. “Io canto da quand’ero ragazzo. Mio padre è morto cantando e in casa tutte le mie sorelle cantavano, ma nessuno me l’ha insegnato perché la canzone o ce l’hai nel sangue oppure è inutile ragionarci sopra. Chi non ama la musica, non ama se stesso. Chi non ama la musica non ama l’amore, perché la musica è sacra”. Insieme agli amici e compagni di lavoro Uccio Bandello e Uccio Melissano forma il gruppo di cantori chiamato “Gli Ucci”, con cui ha suonato per quasi trent’anni ricordando come, il più delle volte, lo facessero anche solo “pe ‘na fetta de mellone, pe ‘na frisella, pe n’ovu o pe ‘nu pezzu de pane. Ci accontentavamo di quello che le persone potevano darci perché sessant’anni ‘rrtu la vita era più dura e la gente andava in giro a cantare anche per fame. Adesso, anzi, si guadagna qualche lira ma prima non c’era proprio niente”.
La saggezza di Uccio è semplice, antica e nasce da una serie di massime e proverbi derivanti dalle secolari tradizioni salentine su cui egli ha conformato la sua intera esistenza. Nel canto di Uccio, attraverso un vasto repertorio di ninne nanne, stornelli e canti d’amore, riecheggia anche il suo mondo di affetti, sentimenti e passioni. “Nella vita non si vive di solo pane ma anche di belle soddisfazioni come stare con la moglie e con la famiglia. Io e mia moglie Cetta ci amiamo e ci rispettiamo, non c’è cosa più bella che volersi bene da ambo le parti”. A questo punto, inaspettatamente, l’indiscusso mattatore della musica popolare salentina inizia a cantare: “Comu aggiu fare ca vulia te baciu, pijiate la paletta e bbane allu focu. Se te dice la mamma ca hai tardatu, dinne nun ha bastatu piji focu. Se te vide lu labbru ‘rrusicatu, dinne ca è stata ‘na spitta de focu. Ca nun è stata mai ‘na spitta de focu, qualche fijiu de mamma t’ha baciatu. Citta mamma e nu’ lu maledire ca ci m’ha baciato mie bene me vole”. Nel frattempo sono entrati nel locale dei ragazzi che, avendo riconosciuto l’anziano musicista, lo attorniano silenziosi con grande interesse. 
Il suo viaggio musicale con “Gli Ucci” si conclude in seguito alla scomparsa dei due amici, ma la passione per la musica resta forte in lui al punto da creare l’ “Uccio Aloisi Gruppu” con cui spiega “siamo andati a suonare dappertutto, anche fuori dall’Italia, e ci andremo ancora almeno finchè la salute me ‘ccumpagna, perché purtroppo non sempre la persona sta bene per dare belle soddisfazioni. Ci sono serate ca nu m’esse la voce e mi dispiace. Finora non mi posso lamentare e finchè posso continuerò a cantare, mi piace quando ci sono molte persone, tanta cchiu gente ave, cchiu me piace da cantare”. 
Mino Romano, il direttore artistico originario di San Pietro Vernotico da nove anni al fianco del cantore salentino, prende la parola per sottolineare la grande soddisfazione che Uccio prova nel vedere la gente che si diverte, “per lui questo rappresenta una specie di carburante. Quando è sul palco cerca costantemente il contatto con il pubblico e chiede che i fari siano accesi sulle persone perché le vuol vedere in faccia. C’è stato un cambiamento notevole rispetto ad alcuni anni fa, quando questo tipo di musica veniva relegata ai margini perché ritenuta di scarsa importanza e lo stesso Uccio Aloisi era un personaggio molto criticato. Oggi, invece, grazie ad un’attenta programmazione artistica, si stanno valorizzando con successo il suo lavoro e la sua figura e i tanti importanti riconoscimenti ottenuti ne sono la prova”.