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Adelchi, una tragedia annunciata

Il 15 ottobre è stata depositata la richiesta di mobilità per 701 dipendenti che, di fatto, preannuncia il licenziamento certo. Su quanto sta accadendo a Tricase ce ne ha parlato Rocco Panico, operaio e rappresentante del Comitato “Michele Frascaro” 

 

Lo spettro della mobilità agita i lavoratori ormai estenuati del calzaturificio di Tricase e coinvolge tutto il nostro territorio che assiste ad un continuo stillicidio di risorse economiche e umane. L’azienda di proprietà di Adelchi Sergio ha annunciato pochi giorni fa la richiesta di mobilità per i lavoratori 701 lavoratori dei propri stabilimenti, in parole povere l’anticamera del licenziamento senza possibilità di proroga della cassa integrazione, e in assenza di alcun piano di rilancio dell’azienda stessa. Abbiamo incontrato Rocco Panico, operaio Adelchi e rappresentante del Comitato “Michele Frascaro” nato in difesa dei lavoratori in lotta, che ha parlato di strategie aziendali attuate a danno dei lavoratori e che mirano a delocalizzare la propria produzione. 

Rocco, come ha preso la notizia della richiesta di mobilità dell’azienda?

Questa notizia non mi ha sorpreso ed è la procedura che viene attuata nei tempi previsti dalla legge, ovvero 75 giorni prima della scadenza degli ammortizzatori sociali. Ma io la considererei come un “ricatto morale” rivolto alle istituzioni per avere nuovi finanziamenti o altre deroghe. I lavoratori non vogliono deroghe o altre assistenze, vogliono un lavoro vero.

Quanti anni ha lavorato nell’azienda che adesso minaccia di licenziare i suoi lavoratori? 

Ho lavorato in quest’azienda dal 1989 al 2009. Quasi vent’anni…

Lei ha quarant’anni e per venti ha lavorato per l’Adelchi, praticamente una vita…

Si, una vita di lavoro intenso, di turni stressanti e di lotte continue. Quando sono entrato nell’azienda ho assistito al boom aziendale in cui si è passati dalle tre alle venti catene di montaggio. Tutti noi abbiamo lavorato duramente e con ritmi altissimi, tutto procedeva bene perché c’erano i finanziamenti e la ditta assumeva.

Poi cos’è successo?

È diminuito il personale e l’azienda si è scorporata. Da qui è partita la lotta per i diritti dei lavoratori che portiamo avanti dal 2000. Lo spettro del licenziamento c’è e non mi sorprende. Sono strategie già attuate dall’azienda che, come le altre aziende nazionali, preferisce spostare la produzione altrove. 

Dove intende trasferirsi?

Nei paesi più poveri, dove i lavoratori non hanno nessun tipo di protezione o strutture sindacali. Dove i diritti dei lavoratori non esistono e si lavora per un piatto di riso. Dove è semplice guadagnare di più pagando di meno le risorse umane. In questo, però, ci perdiamo noi e ci perde tutto il territorio. Il comparto manifatturiero è morto anche perché negli anni sono stati dati finanziamenti agli imprenditori che non hanno saputo evolversi. I bravi imprenditori però ci sono e sono quelli che hanno a cuore il territorio e portano avanti un’azienda con serietà. Sono queste le realtà da finanziare e non chi decide di spostare la produzione all’estero.

Cosa intende fare adesso?

Continuerò a lottare per un posto di lavoro che non ho ancora perso. In questi anni ho fatto molte lotte, dall’incatenarmi agli scioperi della fame, ma chi si impegna qui è solo. La maggior parte dei lavoratori non si unisce e non lotta. Accetta passivamente le decisioni o preferisce andare via.

Cosa hanno fatto i suoi ex colleghi? 

Molti hanno trovato un posto di lavoro al Nord o all’estero, e si sono spostati. Hanno fatto bene perché hanno risollevato la loro posizione, ma se tutti andiamo via qui non rimane più nessuno e il territorio arretra. Chi invece rimane qui e non ha un lavoro vive una situazione familiare drammatica e si isola, oppure sceglie un lavoro a nero. 

Come vede il futuro?

Dal 1° gennaio chi è in lista di mobilità, se chiamato, deve spostarsi. Gli ammortizzatori sociali non servono più se quello che manca è il lavoro, anche i sindacati ora non possono più fare nulla. Per quanto mi riguarda continuerò a lottare sperando che a me si uniscano tutti i lavoratori. 

 

Oriana Rausa