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Boncuri chiude, ma per gli immigrati è ancora emergenza

Nelle parole di Medy la testimonianza delle difficili condizioni di vita per i lavoratori extracomunitari, dopo la scadenza della proroga alla chiusura della Masseria 
 
Lo scorso martedì 6 settembre la tristemente nota Masseria Boncuri di Nardò ha chiuso definitivamente i battenti. È infatti giunta a termine la proroga concessa dall’Amministrazione comunale neretina, su richiesta della Cgil, per consentire a molti dei braccianti occupati di lavorare anche qualche giorno per racimolare ulteriori e preziosi spiccioli, così da rendere meno problematico l’eventuale trasferimento in altri luoghi in cui cercare una nuova occupazione. Gli ultimi giorni della Masseria non si sono però distinti per un miglioramento delle condizioni denunciate nelle scorse settimane; al contrario, l’ultima settimana di attività ha sottoposto i giovani immigrati ad una realtà ancora più precaria. 
Questo è ciò che lamenta Medy, uno dei ragazzi simbolo della protesta dei lavoratori della Boncuri insieme a Yvan Sagnet. Tunisino, classe ’85, Medy vive a Nardò da circa due anni e mezzo, quando decise di abbandonare la Sicilia e un posto di lavoro in cui vigevano condizioni al limite della schiavitù; allora non sapeva che, giunto nella città neretina, avrebbe condiviso con altri 400 ragazzi delle situazioni di puro sfruttamento e negazione dei diritti umani. 
“Gli ultimi giorni alla Masseria Boncuri non sono stati certo migliori dei precedenti nonostante la nostra protesta -spiega Medy- anzi, le condizioni lavorative sono state rese ancora più drammatiche. Sin dal 1° settembre, il comune di Nardò ha chiuso l’acqua potabile e ha provveduto a portare via i bagni chimici. A ciò si aggiunge ovviamente l’attività dei caporali che continuano, e continueranno, con le loro azioni di sfruttamento. Ora la Masseria è chiusa, ma molti di noi, non avendo un posto sicuro dove stare, sono ora costretti a rifugiarsi presso alcune strutture e masserie abbandonate da anni, ovviamente senza servizi e sicurezza igienica. Inoltre, ci troviamo in una zona percorsa da vie strette, senza passaggio pedonale e illuminazione, e quindi con alto pericolo per la nostra incolumità fisica”. 
Diverso il futuro che attende ora i giovani immigrati: “Molti di noi non possono fare altro che rimanere a Nardò e magari trovano riparo in queste fatiscenti e improvvisati rifugi. Chi sceglie di non spostarsi lo fa per diversi motivi: o perché aspetta di essere pagato dai caporali, o perché deve finire un lavoro che gli consenta di ottenere la retribuzione, o perché semplicemente non hanno nemmeno denaro sufficiente per pagare il viaggio in treno. Alcuni di loro, poi, rischiano addirittura di non vedersi pagato il lavoro svolto. Molti di noi, compreso me stesso, hanno perso i rapporti con i caporali e quindi non ci sono nuove opportunità di lavoro, anche perché abbiamo messo la nostra faccia in questa protesta; altri invece sono rimasti più in seconda linea e quindi hanno ancora la possibilità di lavorare per pochi giorni ancora”. 
Futuro incerto per i ragazzi, ma idee chiare sul percorso da seguire: “Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto in questa battaglia. Le istituzioni però devono continuare a starci vicino e aiutarci a salvaguardare il nostro futuro; io, ad esempio, come molti altri, ho tante promesse di lavoro, ma al momento rimango solo promesse”. Intanto, grazie all’impegno e alla mediazione dell’associazione “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, Medy e altri due suoi compagni sono stati trasferiti temporaneamente presso una villa di San Pietro Vernotico che accoglie molti altri ragazzi provenienti da tutta Italia e che soprattutto è stata confiscata alla mafia; un buon auspicio per un futuro più sereno di Medy e i suoi amici. 
 
Alessandro Chizzini