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Dagli all’untore!

Una volta si diceva “la Cina è vicina”, mutuando il titolo del film del 1967 diretto da Marco Bellocchio, per indicare ironicamente la grande espansione economica che quel paese ha messo in atto nel giro di pochi anni. Adesso la stessa espressione già da sola fa paura, pensando a quanto sta avvenendo a Wuang. Al netto delle varie tesi complottiste e distopiche stile Resident evil, in tutta questa vicenda del coronavirus una cosa è ormai certa: il ritardo, voluto, nella comunicazione dell’esplosione dell’epidemia da parte del Governo cinese che ha di fatto obbligato tutti gli altri Stati a elaborare e implementare piani di emergenza sanitaria. 

Il nostro Paese non fa eccezione e ha dimostrato, come già in altre occasioni, di sapere fare fronte a questi eventi grazie ad una macchina dei soccorsi ben rodata: basti pensare al fatto che le nostre forze armate e la Croce Rossa sono ben equipaggiate e addestrate per gli interventi NBCR (nucleare, biologico, chimico e radiologico), risorse che all’estero ci invidiano e che molti dei nostri connazionali di fatto ignorano. 

A farne le spese di tutto questo non sono solo coloro che sono rientrati in Italia dopo essersi recati in quelle zone della Cina (dei quali si occupa già la nostra macchina dei soccorsi), ma soprattutto i cinesi che vivono qui da anni e che magari in Italia ci sono nati. Oltre all’angoscia del pensiero dei propri cari rimasti lì, subiscono anche un’immotivata discriminazione per paura di un fantomatico (e di fatto impossibile) contagio. Il danno e la beffa, dunque, firmati coronavirus. 

 

Andrea Colella 


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