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Sempre meno vittime del silenzio

Finalmente qualcosa sta cambiando nel nostro Paese e, lentamente, si sta squarciando quel velo di omertà e indifferenza intorno alla drammatica vicenda dei nostri militari ammalati e decediti dopo essere stati inconsapevolmente esposti a uranio impoverito. Molte volte nelle pagine del nostro periodico ci siamo occupati di questa vicenda, raccontando le drammatiche storie di Alberto Di Raimondo e Andrea Antonaci, originari rispettivamente di Salice Salentino e Martano, giovani militari dell’Esercito Italiano deceduti in seguito a patologie tumorali per le quali, primi casi in tutta Italia, dopo tanti anni di battaglie legali anche nel più alto grado di giudizio è stato riconosciuto il nesso causa-effetto con le polveri del micidiale metallo utilizzato dalle forze armate americane nella ex Jugoslavia e in Kosovo. 

Oltre alle vittorie in tribunale, una parte del merito di questo nuovo atteggiamento spetta al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, e alla sua apertura nei confronti di associazioni e parenti delle vittime che da anni si battono per vedere riconosciuti i propri diritti. Bisogna ricordare che fino ad ora la condotta dei suoi predecessori era improntata al negazionismo ad oltranza, pur di fronte a prove ineluttabili di come la Nato avesse messo in evidenza i pericoli derivanti dall’utilizzo di munizionamento all’uranio, richiamando i vertici militari italiani dell’epoca ad attivare ogni precauzione prevista per salvaguardare la salute dei nostri militari. Precauzioni che, per dolo o per colpa, non sono state prese. 

 

Andrea Colella 


Antonio Riso L'intervista della settimana
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