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Vita dura per le mamme lavoratrici

L’inizio di un nuovo anno è il momento in cui solitamente, dati alla mano, si analizzano fenomeni sociali che ci riguardano, direttamente o indirettamente, e ci aiutano soprattutto a riflettere su quanta strada dobbiamo ancora fare per definirci un paese “civile”. È il caso del report diffuso in questi giorni dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che illustra una condizione drammatica per le mamme lavoratrici (con figli fino a 3 anni d’età): nello scorso anno le dimissioni volontarie sono state 37.738, di cui 23.117 nel Nord Italia, 8.562 nel Centro e 6.059 nel Sud. Le cause? Per 9 su 10 le difficoltà di assistere il bambino (a causa di costi elevati e mancanza di asili nidi) o di conciliare lavoro e famiglia. 

Quello che emerge dall’indagine dell’Ispettorato è quasi una “costrizione” alle dimissioni, dovuta soprattutto all’assenza di un welfare veramente efficiente e a redditi da lavoro ai limiti della sufficienza. Anche i nonni, storico esempio di ammortizzatore sociale e welfare “fai-da-te”, in molti casi possono non essere ancora in pensione (dunque con poco tempo libero) o, al contrario, essere troppo anziani (dunque impossibilitati a dare una mano). 

Ci sono ovviamente le eccezioni che, guarda caso, riguardano aree geografiche (come la provincia autonoma di Trento e Bolzano) dove le regole sono diverse rispetto al resto dell’Italia, dove nascono molti bambini e dove le mamme riescono a conciliare lavoro e famiglia grazie ad un welfare che sembra appartenere ad un altro pianeta. Chissà se i nostri politici in vista delle elezioni di primavera ne terranno conto…

 

Andrea Colella 


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