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Vecchi e nuovi poveri: ecco le vittime "invisibili" della pandemia

[18/12/2020] PRIMO PIANO

Vecchi e nuovi poveri: ecco le vittime "invisibili" della pandemia

Il periodo natalizio ci obbliga ancora di più a riflettere sul fatto che tante persone si siano trovate da un momento all’altro senza mezzi di sostentamento, come ci ricorda don Macculi della Caritas di Lecce: “Sono sempre di più gli indigenti, ma spesso chi ha bisogno non chiede”

 

Il 2020 è stato un anno davvero infelice: la pandemia ci ha messo alla prova nelle professioni, portando a concepire il lavoro agile come soluzione, confrontarci con le limitazioni della sfera sociale e la difficoltà del fare relazione attraverso i mezzi tecnologici ed è stato ripensato l’insegnamento con la didattica a distanza. Tutto questo nell’ottica di tutelare un bene come la salute con la speranza di superare quanto prima questo momento buio e pensare ad un futuro più sereno e vivido. Molte sono state le perdite: umane, relazionali, economiche. 

Ma questa situazione quanto ha impattato sulla vita delle persone e quali categorie sono state maggiormente colpite? A livello territoriale, per il comune di Lecce e provincia, il precipitato che ha avuto l’emergenza sanitaria e i conseguenti lockdown sugli abitanti salentini, ce lo restituisce don Nicola Macculi, direttore da circa un anno della Caritas Diocesana leccese: “È un fenomeno che ha riguardato tutti, ma con maggiore impatto su una fetta di persone che non hanno avuto la possibilità di ricollocarsi in nessuna categoria, i cosiddetti invisibili. Sono tutti coloro che, non avendo una situazione lavorativa stabilizzata (c.d. lavoratori sommersi) non hanno potuto accedere alle stesse garanzie di un dipendente inquadrato. Si parla di quella parte di popolazione che ha fatto dell'arte dell'arrangiarsi virtù, chi svolgeva piccoli lavori come lavare le scale dei condomini o servire nei locali. C'è tutto un sottobosco che l'emergenza pandemica ha piegato. Persone che vivevano in maniera dignitosa, molte volte monoreddito e che, grazie a questo da farsi, riuscivano a portare avanti i fabbisogni della famiglia. Nelle fasi del lockdown -continua don Macculi- chi si è trovato in una situazione regolamentata ha potuto accedere agli ammortizzatori sociali; chi non è rientrato in questo scenario è stato maggiormente penalizzato. Nuclei o anche single, che si sono trovati con più pagamenti arretrati ed hanno dovuto optare se saldare un'utenza o portare un piatto in tavola o comprare un farmaco. C'è chi ha perso la casa per l'impossibilità di saldare le rate del mutuo. La povertà è aumentata, sono sempre di più gli indigenti”. 

Colpisce la postura di chi si trova in difficoltà: “Spesso chi ha bisogno non chiede. C'è un sentimento di vergogna e disagio che accompagna sovente queste persone che sono abituate a darsi da fare, faticano a chiedere e vestono questa condizione con estrema dignità. È importante che sappiano che possono essere aiutati e supportati in un cammino. Si tratta di situazioni intorno alle quali bisogna far rete insieme alle istituzioni”. 

La Caritas è presente sul territorio in maniera ramificata, attraverso le Parrocchie, le mense, i centri ascolto e le case di accoglienza. In particolare nei giorni scorsi ha avuto luogo l'inaugurazione di una social housing, “Il cammino”: 10 stanze ristrutturate, dell'ex Casa Betania, con spazi di interazione che consentiranno a costo iniziale zero, di avere uno spazio dal quale ripartire per potersi rimettere in gioco e reintegrarsi. Nel futuro sono previsti laboratori culturali, attività di formazione professionale, incontri di supporto motivazionale curati da un'equipe di professionisti.

 

Angeli di quartiere ed Emporio della Solidarietà in prima linea 

 

Sul territorio leccese molte sono le associazioni che si occupano di volontariato per i bisognosi: dalle raccolte di prodotti alimentari, abbigliamento e prodotti per l’igiene e la cura della persona, all’assistenza fiscale e sanitaria. Chi vi si rivolge trova un aiuto concreto. Cosa accade quando si chiede aiuto in un momento di fragilità? Ci risponde Tonia Erriquez, presidente dell’associazione “Angeli di Quartiere”: “Il primo approccio è sicuramente l’accoglienza e l’ascolto, capire chi si ha di fronte e di cosa ha bisogno, la storia personale. Nella mia associazione conosciamo tutte le famiglie che aiutiamo ed i loro componenti. Interveniamo dal pasto, al farmaco, indirizziamo per un lavoro se si apre una possibilità. Oggi molti nuclei, a causa della pandemia, sono in condizioni precarie, è la nuova povertà. Persone che magari hanno casa ma non di che pagare le utenze o anziani affetti anche da demenze o soli. Chi ha bisogno non chiede è questa una forte resistenza che incontriamo. Di contro, c’è anche chi ne approfitta e fa ‘il giro’ delle varie associazioni. Per questo da tempo chiediamo un’anagrafe che tuteli la privacy degli utenti, ma sia più trasparente”. 

Un’altra realtà fortemente consolidata sul territorio è quella di “Emporio della Solidarietà”. Salvatore Esposito, responsabile della struttura afferma che “non è sempre facile individuare chi ha veramente bisogno di aiuto, sovente si chiudono e non chiedono, vivono sentimenti di vergogna. Nella nostra struttura tutto è pensato perché si esca fuori dall’idea di povertà che ha un sapore vetusto di luogo comune. Parliamo di fragilità. Chi arriva da noi viene accolto da una psicologa, si cerca di conoscere la storia, capire le ferite ma anche le potenzialità per rimettersi in gioco. Abbiamo laboratori permanenti e c’è tutta una rete di servizi. Anche gli spazi della nostra struttura sono concepiti come un supermercato. Hanno accesso utenti che non superano un certo reddito. Qui le persone vengono, hanno una card a punti e fanno la spesa prendendo ciò di cui hanno effettivamente bisogno”. 

Emerge l’esigenza di avere un database di queste realtà del volontariato e di chi vi si rivolge. Aggiunge ancora Esposito: “È dal 2016 che è aperto un tavolo tecnico con la Prefettura per chiedere una piattaforma che consenta di avere un codice etico e maggiore trasparenza sulle risorse per meglio ridistribuirle. Occorre un cambio culturale per strutturare meglio l’attività. Fare bene ma farlo bene! Questo per avere maggiore sinergia fra le parti rivolta alla collettività”.   

 

Stefania Zecca 



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