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Obsolescenza programmata, l'Antitrust condanna Apple e Samsung

[02/11/2018] PRIMO PIANO

Obsolescenza programmata, l'Antitrust condanna Apple e Samsung

Una grande vittoria per chi come l’avvocato salentino Antonio Tanza, presidente nazionale di Adusbef, da anni si batte contro questa pratica aziendale he riduce la vita utile degli oggetti a favore della loro sostituzione 

 

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’Antitrust italiano, ha recentemente multato due colossi della telefonia mobile comminando sanzioni pecuniarie pari a 15 milioni di Euro.  “Ad esito di due complesse istruttorie -dichiara l’Autorità- l’Agcm ha accertato che le società del gruppo Apple e del gruppo Samsung hanno realizzato pratiche commerciali scorrette in violazione degli articoli 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in tal modo accelerando il processo di sostituzione degli stessi…”. Secondo l’Antitrust, le due società hanno “indotto i consumatori -mediante l’insistente richiesta di effettuare il download e anche in ragione dell’asimmetria informativa esistente rispetto ai produttori- a installare aggiornamenti su dispositivi non in grado di supportarli adeguatamente, senza fornire adeguate informazioni, né alcun mezzo di ripristino delle originarie funzionalità dei prodotti”. 

L’Autorità garante, in altre parole, è intervenuta perché ha ravvisato un caso di “obsolescenza programmata”, che riguarda non soltanto la telefonia, ma quasi tutti i principali prodotti di ampio consumo, televisori, frigoriferi, lampadine e perfino collant. L’obsolescenza programmata o pianificata è una diffusa pratica o strategia d’impresa e consiste nel determinare o programmare (appunto) la durata dell’efficienza e del funzionamento dei prodotti commerciali e industriali. La durata dell’oggetto non coincide più con quella che convenientemente ci si può aspettare dai materiali e dalla tecnologia impiegata ma è calibrata in modo che la stessa arrivi ad una “conclusione programmata” indipendentemente dalla frequenza e dall’intensità dell’uso da parte del consumatore e dalla manutenzione che lo stesso adotta nell’utilizzo del prodotto. 

In altri termini, si tratta di “prodotti che durano meno per vendere di più”: se un prodotto è, nella normalità, destinato a durare un certo periodo di tempo è chiaro che il consumatore utente non avrà la necessità di procurarsene un altro. Discorso diverso se, invece, il prodotto diventa inutilizzabile prima; in questo caso, è evidente che diventerà necessario acquistare un nuovo prodotto, magari anche più caro. Le imprese, “controllando” la durata del prodotto, possono determinarla a loro vantaggio, con evidenti ulteriori profitti. 

Ad occuparsi di questo fenomeno sempre più comune è stato il team legale dell’Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari e Finanziari (Adusbef), in prima linea tra le associazioni a tutela dei consumatori, nell’affrontare anche i casi di “decadenza estetica” dei prodotti, ossia la loro degradazione a livello percettivo, pur nel mantenimento della piena funzionalità, parlandosi in questi casi di “obsolescenza psicologica”. 

Il Presidente Nazionale, l’avvocato salentino Antonio Tanza, e l’avvocato Salvatore Ruberti avevano a riguardo predisposto, oltre un anno e mezzo addietro, un lungo esposto denuncia inoltrato alle Autorità competenti e a numerose Procure d’Italia. “Sarebbe alquanto difficoltoso -ha dichiarato Tanza- fare un sunto di quanto da noi denunciato, ma basti sapere che abbiamo riscontrato la violazione di diverse disposizioni di diritto eurounitario e nazionale (a nostro avviso sono evidenti le violazioni del Regolamento Ue 595/09 e delle direttive n. 44 del 1999; n. 66 del 2006; n. 97 del 2008; n. 125 del 2009; n. 83 del 2011; n. 19 del 2012 oltre alle violazioni già ravvisate dall’Antitrust al Codice del commercio e al D.Lgs. n. 15 del 2011), oltre ad evidenziare che il fenomeno riguarda, praticamente, tutti i prodotti di largo consumo e, perfino, la biancheria intima. Inoltre, fatto non secondario, maggiore produzione significa maggiori prodotti da smaltire in seguito e, si badi bene, la tecnologia in generale utilizza materiali e componenti d grave impatto ambientale se non adeguatamente smaltiti. Come si vede -conclude Tanza-, i profili di criticità non riguardano solo la scorrettezza delle pratiche commerciali, ma anche i resi rischi per l’ambiente e per lo smaltimento dei rifiuti”.

 

Vincenzo Scarpello 



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