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Macchia indelebile

[05/10/2018] IN COPERTINA

Macchia indelebile

Così è come appaiono oggi Le Cesine dopo l’incendio che tra domenica e lunedì scorsi ha devastato oltre 60 ettari tra canneto, macchia mediterranea e bosco, mentre l’Oasi naturalistica si è miracolosamente salvata. Intanto il pm della Procura di Lecce Elsa Valeria Mignone ha aperto un fascicolo d’inchiesta a carico di ignoti, non escludendo affatto la natura dolosa dell’incendio 

 

Un silenzio che sa di deserto. È apocalittica la scena che si palesa agli occhi di chi oggi guarda, attonito, quello che rimane dopo l’incendio che ha devastato decine e decine di ettari sulla litoranea che collega San Cataldo ad Otranto. Erano le ore 9 di domenica 30 settembre, l'ultima domenica d'estate, con il caldo e il vento sostenuto a scompigliare l'aria. Il fuoco è partito dal canneto nei pressi dell'oasi de Le Cesine, un sito di interesse comunitario, un piccolo gioiello di tutela ambientale. L'allarme è stato lanciato dal proprietario di un lido che sorge lì nei pressi, in località “Strada Bianca”, comune di Vernole. Tredici squadre dei vigili del fuoco del Comando di Lecce, tra cui il distaccamento di Veglie, Ugento e rinforzi arrivati da Brindisi, oltre al personale dell'Arif e Protezione civile sono stati al lavoro per più di 11 ore per spezzare il percorso del rogo e spegnere le ultime scintille. Un lavoro straordinario che ha impedito che le fiamme raggiungessero la riserva de Le Cesine. Niente da fare per tutto il resto, sono state distrutte vaste aree di pineta e bosco. 

“Difficile che una tale devastazione possa avere cause naturali -afferma Giuseppe Bennardo, comandante provinciale dei Vigili del fuoco -. Sono intervenuti quattro aerei, due Fire Boss e due Canadair. Solo la massima capacità operativa da parte di tutti -aggiunge- ha permesso di evitare l'interessamento dell'oasi naturalistica e la salvaguardia delle strutture antropiche presenti. Si tratta di un territorio molto vulnerabile, pertanto è fondamentale la prevenzione e la collaborazione di tutti, enti compresi, altrimenti il livello di rischio può diventare insostenibile”. 

L'ipotesi che da più parti sembra restare in piedi è quella del dolo, ma ci penserà l'inchiesta della magistratura a chiarire gli aspetti della vicenda. La Procura di Lecce ha, infatti, avviato un’inchiesta. Il pm Elsa Valeria Mignone ha aperto un fascicolo a carico di ignoti, ipotizzando al momento il reato di incendio colposo. Vi è certezza, ad una prima analisi, del primo punto di innesco, nel mezzo del canneto a sud dell'oasi, mentre rimane qualche dubbio sugli altri due punti segnalati dai Vigili del Fuoco: quello nelle vicinanze del Parco Manà e quello della provinciale che collega la litoranea con Acquarica di Lecce. Intanto proseguono le attività fissate all'interno dell'oasi delle Cesine che, alla luce di quanto avvenuto, assumono anche il contorno del sostegno e della solidarietà: domenica 7 ottobre la Ciclofficina Popolare di Lecce ha organizzato una ciclopasseggiata proprio a Le Cesine.

 

Parola d’ordine per il futuro: vigilanza e prevenzione 

 

I Comuni di Vernole e Melendugno sono quelli più coinvolti dall'incendio che ha devastato decine e decine di ettari, tra i 60 e i 100 secondo le prime stime ufficiose. Il calcolo preciso si farà nelle prossime ore, quando gli ultimi focolai saranno spente e il quadro, tristemente cinereo, sarà completo. “L'incendio ha distrutto un patrimonio naturalistico, provocando danni che attualmente non sono calcolabili -afferma Francesco Leo, sindaco di Vernole-. Passare da quelle zone oggi è una desolazione. Tutto è partito da un canneto, sulla zona verso la palude. Con il vento molto forte era la giornata ideale. C'erano tre focolai, molto probabilmente. Siamo nel campo delle ipotesi, quindi può anche essere che a causa delle raffiche di vento il fogliame incendiato abbia potuto raggiungere punti diversi, anche se stiamo parlando di distanze notevoli tra un punto e l'altro. Se la pista dolosa dovesse essere confermata è chiaro che i tre episodi sono collegati. Fortunatamente l’oasi naturalistica non è stata intaccata perché il vento andava da nord verso sud, anche se cambiava continuamente nella giornata di domenica”. Ora lo sguardo è rivolto al futuro, per evitare che simili situazioni possano verificarsi nuovamente. I sistemi di videosorveglianza potrebbero essere una soluzione, di cui già si è parlato in un incontro con il Prefetto, anche perché il canneto si rigenera facilmente e tra un anno i rischi potrebbero essere di nuovo elevati. “Giovedì avremo un incontro a Bari con la Regione. Oltre a strumenti di videosorveglianza -conclude Leo- penso ad un rimboschimento dell'area”. 

Il sindaco di Melendugno Marco Potì pone sul piano della discussione tre riflessioni: “La prima è che essendo un luogo altamente sensibile non si può non investire sui Vigili del Fuoco di Lecce, sotto organico e con mezzi non adeguati. I Canadair vengono da Reggio Calabria o Gioia del Colle, quando c'è l'Aeroporto militare di Galatina vicino che secondo me deve avere una postazione fissa per i Canadair; la seconda riguarda la vigilanza e la protezione che non devono mai venire meno perché lì c'è un habitat prezioso che va tutelato, ma ci sono anche diverse abitazioni, come in località Torre Specchia dove decine di case sono state lambite dalle fiamme, quindi bisogna tenere alta la guardia contro questi delinquenti; la terza considerazione è che un territorio così vulnerabile dal punto di vista ambientale è incompatibile con la presenza di un gasdotto di prima specie di altissima pressione perché se quell'incendio lambisse un gasdotto sarebbe pericolosissimo. Questo non fa altro che confermare la nostra contrarietà a questo tipo di infrastrutture”. 

 

Alessio Quarta - foto di Claudio Longo



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