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La moda del plagio

[05/04/2019] PRIMO PIANO

La moda del plagio

Dopo due richieste di archiviazione rigettate, è stata trasferito alla Procura di Biella il processo che vede opposti l’artista salentino Giovanni Ria e la Bonprix, rea di avere riprodotto il suo mosaico della “Madonna della Pace” sui propri vestiti venduti on line  

 

È Giovanni Ria il protagonista -suo malgrado- di questa complessa vicenda giudiziaria che ha inizio nel 2015, quando l’artista si accorge che la multinazionale tedesca Bonprix (azienda specializzata nella vendita per corrispondenza di abbigliamento, scarpe, accessori e articoli per la casa, tramite catalogo cartaceo e webshop) ha riprodotto una sua opera d’arte su tre miniabiti e tre felpe (nella foto a destra) scaricando il prototipo originale caricato sul suo sito internet. L’opera di Ria, inventore della tecnica del mosaico ceramico ad alta definizione, è la “Madonna della Pace” (nella foto a sinistra) riprodotta nel 2005 sul mosaico della chiesa di Gemini del comune di Ugento, e oggi al centro di un procedimento giudiziario per violazione del diritto d’autore. 

Del caso si è occupata la Procura di Lecce che, dopo due richieste di archiviazione rigettate, ha passato le carte ai colleghi di Biella dove risiede l’unico indagato all’interno di questa pruriginosa vicenda: Stefano Rama, procuratore italiano di Bonprix. Lo scorso gennaio il pubblico ministero Maria Serena Iozzo ha chiesto nuovamente l’archiviazione, l’artista però si è opposto e tramite l’avvocato Massimiliano Gabrielli ha chiesto al gip di disporre ulteriori indagini ipotizzando anche nuove forme di reato. Alla richiesta di chiudere la vicenda avanzata dall’accusa, il legale nell’opposizione accusa l’inerzia della procura di fronte alla vendita dei capi che Bonprix ha proseguito, nonostante la prima denuncia di Ria, sia sui suoi canali all’estero che su altri portali di e-commerce mediante stock di vestiti e t-shirt senza l’etichetta Bonprix. “Non appare condivisibile né accettabile in uno stato di diritto -afferma l’avvocato Gabrielli- disporre l’archiviazione a fronte non tanto della mancata individuazione, ma della totalmente inesplorata eppure possibile individuazione degli altri corresponsabili sulla semplice considerazione che le relative indagini rogatoriali sarebbero troppo onerose e complesse”. 

Per Ria e per il suo legale, inoltre, non corrisponde al vero che sarebbero stati venduti appena 24 capi della collezione Rainbow 2015, come invece dichiarato dal procuratore della multinazionale; anzi, a questo proposito, si arriva a delineare anche il reato di ricettazione dal momento che l’azienda non avrebbe distrutto i vestiti ma li avrebbe “ricollocati su diversi canali di vendita estera meno visibili, fino ad esaurimento scorte”. Infatti, nell’ottobre 2016, attraverso una ricerca in rete, sono stati trovati “oltre 60 siti web di e-commerce nel mondo” dove i prodotti erano ancora disponibili. Alcuni, come dimostrato nell’opposizione, sono stati comprati dai parenti dell’artista salentino fino al gennaio 2018, a quasi tre anni di distanza dall’inizio della vicenda che ad oggi appare ancora senza via d’uscita. 

 

Una vicenda complessa con tanti lati oscuri 

 

La vendita dopo la querela ha sicuramente reso ancora più ferrea la posizione di Ria e del suo legale nei confronti del proseguio dell’azione giudiziaria. Al di là delle questioni giurisprudenziali, sostiene l’avvocato dell’artista, l’immagine delle modelle con i capi al centro della contesa sono rimasti sul sito italiano anche dopo lo stop alle vendite a scopo promozionale e, oltretutto, Bonprix Italia gestisce anche il mercato austriaco e il sito e-commerce con dominio austriaco dove la vendita dei capi “incriminati” è “proseguita ben oltre” la ricezione della diffida inviata da Ria nel marzo 2015, come dimostrerebbero gli atti della querela presentata due mesi dopo. 

Ma la questione, secondo Gabrielli, è ancora più complessa e scivolosa: “Non è dato sapere né è stato oggetto di accertamento investigativo se la vendita al dettaglio sia stata sospesa ma soprattutto quanti capi di abbigliamento siano stati resi”. Più semplicemente, sostiene il legale di Ria, la commercializzazione dei vestiti con la Madonna della Pace sarebbe stata trasferita dalla Bonprix Italia ad altri canali di vendita non direttamente riconducibili alla Otto Group, gruppo cui appartiene la casa madre tedesca. 

 

Serena Merico 



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