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L'odissea di Matteo Muci: "Fatemi tornare in Italia!"

[06/03/2020] PRIMO PIANO

L'odissea di Matteo Muci: "Fatemi tornare in Italia!"

È l’accorato appello del giovane allievo ufficiale originario di Leverano, bloccato da un mese e mezzo nel porto di Dakar insieme al resto dell'equipaggio della “Grande Nigeria”, nave mercantile della Grimaldi Lines su cui era imbarcato e su cui sono stati trovati 120 kg di cocaina 

 

Imprigionati su una nave, senza aver commesso alcun reato. È la triste disavventura che sta vivendo un diciannovenne di Leverano, Matteo Muci, allievo ufficiale di coperta, insieme al resto dell'equipaggio della “Grande Nigeria”, bloccata da ormai un mese e mezzo nel porto di Dakar.

Il giovane marinaio il 20 dicembre è salito sulla nave della compagnia Grimaldi Lines, già posta sotto sequestro a giugno 2019 dopo il ritrovamento di quasi 800 kg di cocaina, per dare il cambio al precedente equipaggio. Fin qui nulla di strano. I problemi arrivano il 25 gennaio quando, durante una delle operazioni di routine per la manutenzione ad una bocca di ventilazione, vengono ritrovati quattro zaini sospetti. E la sorpresa è ancora più amara perché, una volta aperti, vengono trovati altri 120 kg di cocaina. Del ritrovamento vengono subito avvisate le autorità che, per tutta risposta, sequestrano i passaporti a tutto l'equipaggio, eccezion fatta per il comandante della nave. In questo modo i quattro italiani, oltre a Matteo ci sono due ufficiali di Napoli, uno di Genova e il comandante originario di Trapani, vengono tutti costretti a rimanere sulla barca senza che su di loro penda un capo di imputazione. 

Comincia così la traversia del personale a bordo, costretto a rimanere fermo in porto per un tempo indefinito, facendo quotidianamente sempre le stesse identiche operazioni. Insomma, non proprio il massimo, specie per un ragazzo appena diplomato alla sua prima esperienza di lavoro lontano da casa. Eh sì, perché Matteo si era appena diplomato presso l'Istituto Nautico “Amerigo Vespucci” di Gallipoli, da cui in questi giorni è partita la mobilitazione sul caso per cercare di riportare quanto prima il giovane a casa, dalla sua famiglia.

Mamma e papà si sono subito mossi inviando una lettera al Ministero degli Esteri, contattando il sindacato dei marittimi e interessando i mezzi di comunicazione affinché la notizia uscisse dal cono d'ombra. La notizia è arrivata anche in Regione Puglia e alla Farnesina che ha attivato subito i propri canali per seguire da vicino la vicenda. Nelle scorse ore è arrivato il tanto invocato messaggio da parte della compagnia, la Grimaldi Lines: “È stato nominato uno studio legale a Dakar per seguire da vicino la vicenda dei marittimi dal cargo Roro-Grande Nigeria, a bordo del quale sono stati rinvenuti diversi quantitativi di stupefacenti. È stata la compagnia armatrice, la Grimaldi Group, a nominare i legali in loco per seguire la vicenda e per fornire assistenza ai marittimi imbarcati ed è in costante contatto con l’ambasciata italiana a Dakar per cercare di ridurre i disagi al personale”.  

 

“La situazione non è facile, ma io e i miei colleghi siamo comunque fiduciosi”

 

“Adesso cominciamo a raccontare una storia tanto incredibile quanto veritiera”. Inizia così, con un lungo post su Facebook il racconto di Matteo Muci e della sua imbarcazione ferma dal 25 gennaio nel porto di Dakar. C'è amarezza nelle sue parole, ma anche tanta determinazione perché è da questo gesto, che rimbalza di bacheca in bacheca, che comincia la svolta, almeno dal punto di vista mediatico. Una notizia sino a quel momento sottaciuta che diventa improvvisamente di dominio pubblico. 

Matteo non si nasconde, con la franchezza dei suoi 19 anni e l'onestà di chi sa che non c'entra nulla con tutto ciò che sta succedendo. Prigioniero, senza passaporto, da innocente. “Durante questi lavori che comprendono anche ispezioni di verifica della corretta funzionalità degli impianti di bordo, in una bocca di ventilazione sita a poppa della nave sono stati rinvenuti dallo stesso equipaggio quattro zaini di colore nero -ci racconta Matteo-. Come previsto dall’International Ship and Port Facility Security Code, parte integrante della SOLAS cap. XI-2, che viene adottato per garantire la sicurezza marittima, ovvero la sicurezza per prevenire (nonché sopprimere) la sussistenza di atti illeciti intenzionali, il Comandante della nave, come suo dovere, avverte immediatamente il responsabile della Security della Società Armatrice e di concerto avvisano le autorità del rinvenimento di queste quattro sacche sospette. Il Comandante e l’equipaggio non conoscevano il contenuto delle sacche, per ovvie ragioni di sicurezza (avrebbero potuto contenere esplosivo) spettava all’autorità senegalese addetta alla security procedere ai rilevamenti”. 

È qui che cominciano i problemi. “Dal mio arrivo non ci siamo mai mossi dal porto e passiamo le giornate svolgendo le mansioni ordinarie di manutenzione”. Poi arriva lo sfogo amaro di un ragazzo alla prima esperienza di lavoro internazionale che si è trovato in una situazione più grande di lui, senza volerlo: “Abbiamo chiesto l'intervento dell'Ambasciata, ma se non fosse stato per me e per i miei genitori nessuno sarebbe a conoscenza di questa storia. Non ci ascolta nessuno. Mi sono dovuto rivolgere a uno psicologo, mi sforzo di ritrovare l'ottimismo”. 

Negli ultimi giorni, comunque, qualcosa si è mossa: “Venerdì abbiamo ricevuto la visita dell’avvocato senegalese della compagnia che non vedevamo dal giorno dei nostri interrogatori. Lui ha confermato che non esiste alcun capo d’imputazione a nostro carico e che siamo stati trattenuti solo per essere disponibili in caso di necessità di altri interrogatori. Il legale -conclude Muci- ha inoltre assicurato che le nostre deposizioni hanno finalmente lasciato la scrivania del procuratore, per giungere su quella del giudice: vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni. Io e gli altri siamo fiduciosi: finalmente qualcuno si è svegliato”. 

 

Alessio Quarta 



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