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Fenomeno Fefè

[25/09/2021] PRIMO PIANO

Fenomeno Fefè

“L’Italia è un paese per giovani”: così la pensa il mister salentino che, dopo un’impresa brillante che ha consacrato gli azzurri ai vertici della pallavolo internazionale, punta già alle Olimpiadi di Parigi 2024 

 

Il sorriso dei vincenti. La forza dei campioni. La calma dei forti. La solarità dei fenomeni. La simpatia dei fenomeni. Ecco il “mitico” salentino Fefè De Giorgi, 60 anni da festeggiare il prossimo 10 ottobre, neocampione d'Europa da commissario tecnico della nazionale italiana maschile nella competizione continentale disputata tra Polonia, Repubblica Ceca, Estonia e Finlandia. Un'impresa nel segno delle vittorie di una Italvolley delusa dall'eliminazione alle ultime Olimpiadi e caratterizzata dal cambio generazionale. 

Fefè, se potesse raccontare questa magica impresa europea in una parola, lei quale sceglierebbe?

Una parola sola non basterebbe, ci sono stati tanti fattori. È stata un'esperienza speciale, che non è semplice da realizzare sia nei tempi che in un cambio generazionale. Per questo lavoro bisogna stare attenti e non sempre si possono trovare i tempi giusti. Queste condizioni lasciavano un po' di dubbi. Poi c'è stata una forte coesione da tutte le parti. La scelta dei giocatori non si è basata solo su fattori fisici, ma anche caratteriali. Al centro ci sono stati i valori della maglia azzurra da onorare, oltre al lavoro abbastanza tosto in palestra. Comunque scelgo la parola “speciale”.

Solo Fefè può riuscire in appena una ventina di giorni ad operare il cambio generazionale in azzurro e trionfare a livello continentale all'esordio da ct?

Non lo posso dire io. Credo che sia una cosa difficile da fare, siamo stati bravi a realizzarla. Ma è un fattore complicato. Un risultato di questa portata rende speciale tutto quanto. Vincere un europeo è qualcosa di competitivo. Diciamo che ho fatto qualcosa di particolare, io ho messo ovviamente la mia parte, ma per accelerare in questo modo tutte le componenti hanno messo molto del loro. Non ci sono bacchette magiche.

In passato lei ha anche recitato interpretando in un docufilm il poeta Bodini, se l'avventura della sua Italia divenisse una fiction lei quale titolo vorrebbe? 

Interessante come domanda... Sicuramente qualcosa che riguarda i giovani ed i sogni che si possono realizzare. Avevamo la squadra più giovane del torneo ed abbiamo realizzato qualcosa di davvero difficile. Un titolo da ricercare nelle parole “giovani” e “sogno”. Impossibile lo eviterei, perché ci siamo riusciti. C'è una trasmissione dal titolo “L'Italia non è un Paese per giovani”. Stavolta possiamo dire che l'Italia è un paese per giovani.

E soprattutto quale attore vorrebbe ad interpretare il suo ruolo?

A me piace Favino. La mia esperienza da attore? Quella interpretazione mi è stata richiesta per rappresentare lo scrittore Bodini, che invitava nella lettera i salentini a sfruttare le proprie potenzialità nella produzione del vino. Non ho avuto parti parlanti, è stata una bella esperienza ma non mi sento un attore.

Una finale vinta per 3-2 contro la Slovenia del tecnico italiano Giuliani.

Sono andato a salutarlo. Abbiamo vissuto quasi tutto l'europeo gomito a gomito. Con la Slovenia ha fatto grandi cose. Se proprio doveva perdere meglio contro l'Italia.

Il giovane opposto Romanò non ha mai giocato A1, ma lei lo ha lanciato nella contesa europea. La sua scelta è stata ammirata da tutti ed apre molti temi di riflessione.

Il tema è quello di andare a cercare nelle categorie minori. In A2 vi sono giocatori di Superlega. Bisogna stare attenti a questi ragazzi, che fanno bene ed hanno potenzialità. Ho avuto un mese a disposizione per allenarlo ed è stata confermata l'impressione che avevo di un ragazzo di grandi potenzialità e qualità. Un giocatore importantissimo sia nella prima partita nel girone che in finale, dove ha dimostrato la freddezza dell'opposto.

Lei, come il ct Mancini nel calcio, ha lanciato il messaggio che la qualità non ha età. Può essere un invito a puntare sui giovani in tutti i campi?

Non credo di dover esortare nessuno. Il mestiere di allenatore non è semplice, perché ci sono tante situazioni che vanno considerate, tante volte non è che gli allenatori non vogliano esaltare i giovani. Mi sento di dire che se vediamo delle qualità e delle potenzialità su principi di educazione e tecnica, allora si può avere il coraggio e le condizioni di poter compiere le scelte. Bello in teoria, ma molto difficile nella pratica.

Quando ha creduto di poter vincere questo campionato europeo?

Sicuramente ero convinto di fare buone cose, ma non si potevano fare grandi proclami. Solo due amichevoli nel pretorneo, poi ci siamo scoperti in un crescendo rossiniano man mano che andavamo avanti nel girone. La Slovenia era un riferimento per capire a che punto stavamo, era la cartina di tornasole: tutto il gruppo cominciava a capire. Io lo dicevo che la nostra squadra è tosta, equilibrata e che gioca bene a pallavolo.

Dopo tanti anni è arrivata la chiamata sulla panchina azzurra tanto attesa sotto la presidenza del pugliese Giuseppe Manfredi.

Sono stato vicino due-tre volte all'azzurro. Per la nazionale in Italia ci sono tanti allenatori bravi per qualità e conoscenze. L'attesa è stata abbastanza lunga e ringrazio il presidente Manfredi per avermi scelto, visto che mi conosce molto bene e sa come lavoro.

Il complimento più bello ricevuto?

Credo che questa squadra abbia riacceso tanto entusiasmo, che nasce non solo dalla vittoria ma dalla prestazione sul campo. Credo si sia riacceso un valore sulla maglia azzurra e sul modo di rappresentare l'Italia nel modo di giocare. Chiaro che le vittorie sono importanti perché danno visibilità. Non è una cosa semplice.

Ora quali sono gli obiettivi?

Un progetto nato per arrivare alle Olimpiadi di Parigi 2024. Ora è tempo di godersi la vittoria nel miglior modo possibile. Questo è stato un passo importante, ma ci sono tanti passi da fare in questo cammino con un gruppo giovane. Abbiamo ancora tanto da migliorare e ricercare la stabilità per il futuro. È stato uno step positivo, siamo sulla strada giusta. 

 

Da “campione dei tre mondi” a cittadino “conteso” nel Salento 

 

Dopo i tre ori mondiali vinti da palleggiatore azzurro a Brasile 1990, Grecia 1994 e Giappone 1998; in questi mesi Fefè ha ricevuto gli onori sia nella sua nativa Squinzano che dalla città di residenza di Trepuzzi. “Diciamo che è una contesa molto simpatica -sottolinea sorridendo Fefè De Giorgi-. Sono nato ed ho vissuto la mia vita pallavolistica a Squinzano. Ora abito nel quartiere Sant'Elia e sono residente a Trepuzzi. L'importante è che queste cose uniscano il nostro Salento e la Puglia”. 

Ormai da decenni è stato intitolato a Squinzano il palasport a Fefè De Giorgi. “Ciò ti dà delle sensazioni e ti dimostra quanta stima e quanto affetto viene riservato nei tuoi confronti -commenta il ct azzurro-. Fare una cosa del genere, va oltre la normalità”. 

Dalle cerimonie in Comune a Trepuzzi alla festa pre-ritiro azzurro a Squinzano con gli amici di una vita guidati dal dottor Peppino Palaia. “Giuseppino (nomignolo coniato da Fefè per Palaia ndr) è un mio grande amico come il giornalista Beppe Longo. Insieme a tanti altri amici di Squinzano non mancano occasioni per festeggiarmi”. 

 

Pasquale Marzotta - foto: De Sanctis per FIPAV



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