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Buon sangue non mente

[29/05/2020] IN COPERTINA

Buon sangue non mente

Finora ha dato ottimi risultati in oltre il 50% dei casi e a costi contenuti: è la terapia al plasma iperimmune per la cura dei pazienti affetti da Covid-19, che Giuseppe De Donno, magliese di origine e primario di Pneumologia presso l’ospedale “C. Poma” di Mantova, sta portando avanti insieme ai colleghi di Pavia e Pisa. Ed anche la Regione Puglia ha deciso di seguire quella strada

 

Nella fase 1 dell’emergenza Coronavirus fra le tante personalità scientifiche emerse, tra dibattiti tv, talk show e social network c'è anche un medico di origine salentine: il dottor Giuseppe De Donno, direttore del reparto di Pneumologia e dell’Unità di Terapia Intensiva respiratoria dell’ospedale “Carlo Poma” di Mantova. È stato lui, assieme ai colleghi di Pavia, a fare da apripista per la sperimentazione di una cura dei pazienti gravi affetti da Covid-19 attraverso il plasma iperimmune donato dai soggetti guariti dalla stessa malattia.

Una metodologia che si sta dimostrando vincente perché molti cittadini stanno per fortuna guarendo, ma su cui si sono addensate diverse polemiche. A partire da quella con il virologo Roberto Burioni, ospite fisso di diverse trasmissioni televisive, che aveva definito la terapia al plasma “sicura, ma con un'efficacia tutta da dimostrare”. Caso abbastanza analogo a “Porta a Porta” con il dottor De Donno letteralmente “catapultato fuori dalla trasmissione senza nemmeno un saluto”, come rivelato in uno sfogo finito sul canale YouTube di Red Ronnie. E poi la misteriosa, quanto improvvisa, scomparsa del suo profilo Facebook, i dubbi sui costi esosi della terapia che De Donno ha sempre rispedito al mittente, specificando che la donazione del plasma è gratuita e perciò il metodo è quanto di più ‘democratico’ possa esistere. Gli unici costi sono quelli legati alle strutture e agli operatori coinvolti per una cifra che si aggira attorno agli 80 euro a paziente. 

Fatto sta che proprio dal Salento sono arrivati due attestati di stima importanti per lui. Il primo è la cittadinanza onoraria riconosciutagli dal Comune di Lequile, che riceverà nel mese di giugno dopo la definitiva approvazione in Consiglio comunale: il sindaco di Lequile, Vincenzo Carlà, ha spiegato che la cittadinanza è il giusto tributo al grande valore umano e professionale dimostrato da De Donno. Il secondo è il premio “Meridiana”, voluto dalla Pro Loco Maglie “Avvocato Luigi Puzzovio”, assegnato a De Donno con la seguente motivazione: “Per avere come scienziato in prima linea nella lotta al Covid-19, sperimentato, tramite la terapia del plasma iperimmune, la cura dei contagiati, avendo sempre bene in mente il giuramento di Ippocrate di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita secondo scienza e coscienza. E altresì per aver dimostrato, oltre alla tenace determinazione ed alle luminari competenze nello svolgere il suo brillante e ben riuscito lavoro, una singolare e rara umanità accompagnata da un’umiltà connaturata veramente sorprendente”.

 

“Siamo in guerra e abbiamo trovato l’arma vincente”

 

Giuseppe De Donno è nato a Mantova, ma la sua famiglia è originaria di Morigino, frazione di Maglie. Laureatosi a pieni voti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Modena nell'ottobre del 1992, nelle ultime settimane è salito alla ribalta della cronaca nazionale per la sua terapia al plasma con cui si stanno curando diversi pazienti affetti da Coronavirus. È notizia dei giorni scorsi la donazione di plasma effettuata anche dal tenore Andrea Bocelli e la moglie, guariti dopo aver contratto nel mese di marzo il Covid-19. 

Sulla terapia legata all'immunoplasma si è fatto un gran chiacchierare sui mezzi di comunicazione di massa, con polemiche annesse, critiche incrociate, dietrofront. Un menù purtroppo fisso ai tempi di una pandemia che ha colto di sorpresa il mondo della scienza che, anziché mostrarsi compatto, si è diviso in mille voci e mille rivoli, come una qualsiasi corrente politica, pronti a dare forza alle proprie opinioni anziché a perseguire lo scopo unico, quello di combattere al meglio e, si spera quanto prima, di vincere la battaglia contro il Coronavirus.

In attesa di un vaccino che non si sa se e quando arriverà o della scoperta di un farmaco che possa bloccare il diffondersi a macchia d'olio della pandemia, la medicina in queste settimane ha provato varie via, dall'antireumatico ad altri ritrovati chimici per arrivare alla terapia al plasma che sembra stia dando risultati incoraggianti. Di tutto questo ne abbiamo parlato direttamente con il dottor De Donno, impegnato come non mai e che, nonostante un lavoro sul campo così massiccio ed intensivo, ha trovato modo e tempo di rispondere alle nostre domande con grande gentilezza e disponibilità. 

Dottore De Donno, in cosa consiste la terapia al plasma che avete sperimentato presso l’ospedale di Mantova e con che tipologia di pazienti è più indicata?

Il trattamento con il plasma del paziente convalescente, nell’ambito della pandemia COVID, consiste nel trasfondere plasma di soggetti guariti a pazienti ancora ammalati, con polmonite e grave insufficienza respiratoria. La mia idea è che se fosse utilizzato nella fase precoce della malattia sarebbe ancora più efficace. 

In una situazione di “guerra”, come quella legata al Covid-19, qual è stata la scintilla che vi ha portati a percorrere e scegliere la via della terapia al plasma?

In guerra si deve provare tutto. Noi avevamo però bisogno del “proiettile magico” e l’abbiamo trovato.

Quante persone risultano essere guarite sino ad ora rispetto al totale dei pazienti trattati?

Il nostro è uno studio pilota. Dai primi dati in nostro possesso pare che la terapia somministrata ai pazienti convalescenti possa ridurre la mortalità in oltre il 50% dei casi. 

Il plasma iperimmune si trova anche negli asintomatici?

Gli asintomatici potrebbero aver sviluppato immunità. Non abbiamo, però, studiato questa popolazione, ma solo i convalescenti.

Lei ha vissuto l’emergenza del Coronavirus in primissimo piano nella regione più colpita d’Italia. Quali errori non devono essere ripetuti?

Questa è una malattia nuova, ancora non nota. Di errori ne sono stati commessi proprio perché era un nemico oscuro, ignoto. In occasione di prossime pandemie dovremo ricordarci del plasma del paziente convalescente.

Per la cosiddetta fase 2 lei ha auspicato un maggior ricorso ai test sierologici e ai tamponi. A cosa dobbiamo stare maggiormente attenti come cittadini? 

Bisogna mantenere le distanze di sicurezza ed utilizzare protezioni individuali. Leggo troppe sciocchezze in relazione alle mascherine. Noi medici ed infermieri dovremmo essere tutti morti.

Le mascherine sono davvero utili? Si è fatto un gran chiacchierare sul loro utilizzo tra chi ha detto che andavano bene anche quelle di seta o i foulard. Quanto c’è di vero e quanto invece protezioni del genere possono essere rischiose?

Le mascherine sono indispensabili per la protezione di tutti noi. Il grado di protezione deve essere correlato al rischio. 

È vero quanto alcuni affermano su un virus che ha perso aggressività o che in estate potrebbe praticamente scomparire? 

Personalmente non credo che il virus scomparirà a breve. Ci sarà sicuramente una attenuazione, ma molto dipenderà da noi e dai nostri comportamenti quotidiani.

Cosa pensa dei tanti virologi e pneumologi che sono saliti alla ribalta con tanto di presenzialismo praticamente quotidiano su TV e giornali?

Anche io ho dovuto presenziare moltissimo in TV e sui giornali. L’importante è quello che si dice e perché…

La ventilazione assistita, soprattutto nei pazienti con polmonite bilaterale interstiziale, è davvero utile o può essere in qualche caso dannosa? 

Io sono un intensivista respiratorio, mi occupo di questo da sempre. Per me la ventilazione meccanica è stata fondamentale.

Cosa ne pensa della decisione dell’ISS e dell’AIFA di fare portare aventi le ricerche a Pisa anziché a Mantova o Pavia? 

ISS e AIFA hanno fatto le loro considerazioni. Hanno, però, capito che pavia doveva rientrare tra i principal investigator e così è stato. Io e il dottor Massimo Franchini, ematologo e primario del Centro trasfusioni dell'ospedale di Mantova, siamo negli organismi di controllo della sperimentazione. 

Nei giorni scorsi anche la Puglia ha dato il via libera alla sperimentazione. Cosa significa a livello umano per una persona salentino come lei? 

Per me la notizia dell’avvio della sperimentazione in Puglia è stata motivo di orgoglio e di gioia. Il Salento è il motore del mondo!

 

Terapia al plasma iperimmune: la Puglia ci crede, insieme agli Stati Uniti 

 

La cura sperimentata dal dottor De Donno travalica i confini nazionali e raggiunge gli Usa, dove ha suscitato interesse ed ammiratori. “I dati ci inducono a pensare che sia efficace”, sostiene Alessandro Santin, dirigente del Disease Aligned Research Team Cancer Center dell’Università di Yale. “Nelle ultime sei settimane abbiamo trattato circa 15mila pazienti con il plasma ottenuto da pazienti convalescenti. I dati sui primi 5mila hanno dimostrato come l’infusione del plasma si sia rivelata sicura”. “Pionieri”: così i sanitari d'oltreoceano descrivono i colleghi degli ospedali di Mantova e Pavia che, per primi al mondo, hanno portato avanti questa ricerca i cui dati ora vengono elaborati all'interno di un protocollo più ampio che dovrebbe presto giungere a pubblicazione e di cui ci si augura la più ampia diffusione possibile. 

Non solo gli Usa strizzano l'occhio al lavoro del dottor De Donno, ma anche in Italia diverse Regioni stanno portando avanti la sperimentazione. Tra queste pure la Puglia che proprio nei giorni scorsi ha dato il via libera ai primi test: “I primi 9 donatori risultati idonei all’attività di screening sono stati convocati dal centro trasfusionale del Policlinico di Bari per il prelievo/donazione di plasma in aferesi -sostiene il governatore Michele Emiliano-. La Puglia entra così nel vivo della sperimentazione della immunoterapia passiva con plasma raccolto da pazienti guariti dall’infezione da Covid-19. Ringrazio tutti coloro che, sconfitto il virus, con generosità stanno effettuando le donazioni in modo da permettere ai nostri medici di offrire una speranza a chi è ancora malato e alla ricerca di fare passi in avanti verso una cura”.

Ora l'attività seguirà due direttrici: l'inattivazione virale del plasma dei donatori che sono risultati idonei e successivo congelamento con conservazione a -40°, prima dell'infusione a pazienti ricoverati in ospedali pugliesi e che presentano moderate o più severe forme di contagio al Coronavirus. Ed arrivano subito le prime notizie confortanti: è, infatti, risultato negativo il tampone effettuato sul primo paziente sottoposto all’infusione di plasma iperimmune all’ospedale “Perrino” di Brindisi. A dare la notizia il direttore dell’Unità operativa di Malattie infettive, Domenico Potenza: “Il paziente è stato sottoposto a un ciclo di tre infusioni, da sabato a lunedì, e ha ricevuto benefici dal trattamento: infatti non ha avuto nessuna reazione febbrile e si sente meglio”. 

 

Alessio Quarta 



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