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WWF: "A Le Cesine danni gravissimi alla flora e alla fauna dell'area"

[05/10/2018] IN COPERTINA

WWF: "A Le Cesine danni gravissimi alla flora e alla fauna dell'area"

Se il canneto si rigenera in tempi brevi, la macchia mediterranea e il bosco richiedono anni per tornare come prima, senza contare i tanti animali che sono morti a causa del fuoco e del fumo 

 

L'Oasi de Le Cesine, gestita dal WWF, è stata riconosciuta nel corso degli anni come ZPS (Zona a protezione speciale), per via della nidificazione di diverse specie animali, e SIC (Sito di interesse comunitario) grazie alle specie animali e vegetali iscritte nelle varie liste presenti nell'area. Una straordinaria perla ambientale che va innanzitutto conosciuta grazie all'opera degli operatori del WWF, quindi rispettata e tutelata. L'incendio del 30 settembre non è il primo in assoluto che interessa quella zona e soprattutto ha provocato danni di portata incalcolabile. Ne abbiamo parlato con Giuseppe De Matteis, responsabile dell'Oasi WWF de Le Cesine.

De Matteis, qual è il primo bilancio dell'incendio del 30 settembre scorso? 

Ci sono diversi habitat che si sono bruciati e i diversi habitat hanno caratteristiche differenti anche come risposta a quello che è avvenuto. Il canneto ha una risposta immediata, cioè ricomincia a vegetare quasi immediatamente dopo l'evento; la macchia mediterranea ha una risposta leggermente più lenta; il bosco ha tempi decisamente più lunghi. L'impatto più grosso lo ha avuto il bosco con le piante ad alto fusto che hanno impiegato diversi anni per raggiungere l'altezza che avevano. 

Dal punto di vista della fauna?

Tutti quelli che erano gli abitanti che si trovavano sia nell'habitat palude, sia nella macchia mediterranea o nel bosco sono andati perduti. Animali lenti come le testuggini di palude, soprattutto quelle appena nate, ahimè, sono andate bruciate. Parliamo essenzialmente di anfibi, rettili, insetti e alcune specie di uccelli che in quel momento potevano trovarsi lì. Alcuni saranno potuti volare via, altri no. Ad esempio, la “luscengola” (una lucertola che assomiglia ad un serpente) che popolava in grandissima quantità quell'area sarà andata perduta e non si può rintracciarne la carcassa, come anche per le testuggini appena nate. 

Quella del 2018 sembrava un'estate tranquilla sul fronte incendi, invece...

È vero, all'interno della Riserva non era successo nulla ad eccezione di un piccolo focolaio causato da un fulmine, ma parliamo di pochi metri quadrati. Eravamo tutti soddisfatti, pensavamo che avesse funzionato tutto il meccanismo perché siamo interessati da un'attenzione importante con le diverse squadre dell'Arif, con le pattuglie dei Carabinieri Forestali, con i passaggi continui dei Carabinieri della Stazione di Vernole e delle stazioni vicine, con la presenza continua del personale della Riserva. È un'area controllata tant'è che l'incendio non ha fatto in tempo a partire che le prime due squadre dell'Arif erano lì insieme ai Vigili del fuoco, ma il vento e le condizioni di secchezza del canneto hanno prodotto l'inferno. 

In eventi di questa drammaticità secondo Lei prevale l'ignoranza o ci sono altri interessi?

In ogni caso alla base di atti di questo tipo ci sta cattiveria e ignoranza. Quell'area ricade in un Sic, in una Zes, in una zona umida di interesse internazionale e ha una quantità e qualità di vincoli che non consentono di effettuare nessuna tipologia di intervento speculativo.  

 

L’Oasi del fuoco

 

Quello di domenica scorsa è solo l'ultimo di una serie di incendi ed atti vandalici che hanno visto tristemente coinvolto l’area de Le Cesine, un'oasi di verde che da diversi decenni è sottoposta a diversi vincoli ambientali. 

Nel maggio del 2013 andò a fuoco una vasta porzione di canneto, nella zona più periferica dell’oasi protetta, quella in direzione San Foca. Le fiamme avvilupparono la vegetazione e, alimentate dalle forti raffiche di vento, si propagarono per circa 6 ettari di terreno, con un disastroso bilancio ambientale finale. Per ripristinare la normalità, i Vigili del fuoco, accorsi con i mezzi, hanno dovuto fare ricorso persino al Canadair, con più lanci di acqua, tentando di avere la meglio sul rogo. 

A fine luglio 2013 una vera e propria emergenza incendi riguardò, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, la San Cataldo-San Foca, la Lecce-San Cataldo, la zona di Frigole, quella di Gallipoli e, nel basso Salento, l'area tra Tricase porto e Castro. Nella marina di Frigole, in particolare, andarono a fuoco cento ettari di macchia mediterranea e zona pascolo. Ma le fiamme sprigionatesi nella zona di San Cataldo furono quelle che destarono più preoccupazione perché le raffiche di corrente d’aria spinsero le scintille in direzione dell’oasi naturale de Le Cesine, che dista da lì solo pochi chilometri. La riserva, tra l'altro, era stata già attaccata dal fuoco pochi mesi prima. Gli operatori si sono addentrati per decine di metri nella vegetazione nel tentativo di bloccare l’avanzata impetuosa del fronte rovente, che ha incenerito senza pietà alberi, bassa macchia, segnaletica e pali. Alcuni Fireboss e tre Canadair hanno dato il loro contributo per spegnere gli incendi che, nel complesso, divorarono 40 ettari di macchia e 30 di pineta.

Nel marzo del 2017 un incendio distrusse il Lido Buena Ventura, uno dei più noti della litoranea adriatica, collocato a ridosso dell'oasi tutelata dal Wwf. Già in quell'occasione le fiamme partirono dal canneto, vero punto debole di un ecosistema preziosissimo e al contempo fragile, a causa dell'imperizia umana. 

Questi solo alcuni, tra i più eclatanti, esempi di roghi attorno alla zona delle Cesine. Un'area che dovrebbe essere tutelata per l'importante patrimonio faunistico e di flora che conserva, ma che purtroppo è costretta a fare i conti troppo spesso con quella che è la diabolica mente umana, oscillante tra ignoranza e interessi speculativi.

 

Alessio Quarta - foto di Emiliano Buffo



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