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Sulle tracce di Enea

[29/11/2019] IN COPERTINA

Sulle tracce di Enea

Mentre l’Associazione “Rotta di Enea” e la Regione Puglia spingono per l’istituzione di un itinerario culturale del Consiglio d'Europa che comprenda tutte le tappe del viaggio del protagonista dell’Eneide, a Castro continuano (grazie soprattutto a donazioni private) gli scavi in località Capannelle: sono tanti i reperti portati alla luce, che stanno consentendo agli archeologi di scrivere in maniera più precisa la storia della Perla del Salento 

 

“Crebrescunt optatae aurae portusque patescit/ iam propior, templumque apparet in arce Minervae; 

vela legunt socii et proras ad litora torquent”. Così scriveva Virgilio nel terzo libro dell'Eneide, immaginando la lunga traversata di Enea da una Troia in fiamme per la battaglia persa contro gli Achei verso le coste italiche. E la descrizione in lingua latina sembra dipingere i tratti di Castro che all'epoca veniva conosciuta col nome di “Castrum Minervae”, appunto per la presenza di un tempio dedicato alla dea Minerva, la dea della guerra per i Romani. 

Un posto pieno di storia che oggi sta lentamente riaffiorando, facendosi largo tra i passaggi della modernità e raccontando di una cittadina un tempo straordinario santuario che era stata visitata, tra gli altri, da colui che la leggenda narra come il fondatore di Roma, appunto Enea. In questa zona del territorio salentino, dal 2000 circa, sono incominciati alcuni scavi guidati dall'archeologo Francesco D'Andria che, con la sua équipe ha riportato alla luce numerosi frammenti preziosissimi risalenti al IV secolo avanti Cristo. 

Nel 2008 venne ritrovato il Bronzetto di Atena, ben mimetizzato tra i terrapieni. Nel 2015 era stata scoperta parte di una statua di una dea, più precisamente il busto, che si presume possa essere una Atena Iliaca. Nella sua interezza una statua sacra che doveva raggiungere i due metri e mezzo di altezza, realizzata in pietra leccese. E insieme al busto, la spedizione guidata dall'archeologo Amedeo Galati portò alla luce anche due frammenti di un dito, una mano e due frammenti del panneggio della statua. Più alcuni pezzi di balaustre decorati con giri floreali. 

Nel 2017, invece, fu la volta dell'altare dedicato alla dea Atena, il corrispettivo della romana Minerva per i Greci. Un ritrovamento sensazionale perché l’unico altare monumentale in stile greco in tutta la Puglia. E a settembre di quest'anno gli archeologi hanno ritrovato altri elementi del puzzle che portano al tempio di Minerva: prima un dito dell'imponente statua, poi la parte superiore della costruzione in stile dorico, in particolare il soffitto in calcarenite che campeggiava sull'ingresso con i lacunari quadrati dipinti di rosso.

“Il tempio è una tipica costruzione della Magna Grecia che si caratterizza per la presenza del triglifo come particolare decorativo del frontone -spiega il professor D'Andria, che volge lo sguardo al futuro prossimo quando tutte queste scoperte potrebbero rappresentare la base di un investimento culturale di rilievo-. È evidente che l'archeologia potrà dare un contributo molto importante al turismo culturale della zona”. Tutti questi reperti intanto sono finiti nel Museo Archeologico (MAR) di piazza Perotti a Castro, ormai diventato troppo piccolo per contenere così tanti pezzi di storia. 

 

In località Capanne gli scavi proseguono grazie a donazioni private 

 

Il lavoro degli archeologi in località Capanne a Castro regala preziosi reperti con cui comunicare con la storia, con un'epoca in cui Castro era un centro di assoluto prestigio dal punto di vista della sacralità, come raccontano molti storici del calibro di Strabone o Livio. Il lavoro portato avanti nel corso degli anni dalla squadra guidata dal responsabile del cantiere, l’archeologo Amedeo Galati, ha portato alla luce oggetti, statue, elementi decorativi di valore inestimabile tra mille difficoltà, soprattutto economiche. Si scava a singhiozzo, quando le risorse dei privati lo permettono, con pochi contributi delle pubbliche istituzioni, eccezion fatta per il Comune di Castro.

Dottor Galati, quali sono gli ultimi ritrovamenti in località “Capanne”? 

Lo scavo è ripreso ai primi di settembre e già nei primi giorni, durante le operazioni di pulizia, è venuto fuori il dito della statua, quella esposta nel Museo, molto probabilmente il dito indice realizzato in pietra leccese. È venuta fuori tanta ceramica e ultimamente è venuto fuori il frontespizio del tetto che in gergo tecnico si chiama “lacunare”, dipinto di rosso. Si tratta di frammenti di pietra di carparo che facevano parte della zona iniziale del tempio, vale a dire quella prima di entrare nel porticato. Sono emersi anche reperti che ci hanno confermato la distruzione del tempio greco da parte dei Romani, agli inizi del II secolo avanti Cristo: il tempio fu buttato a terra e il materiale di risulta (statue e quant’altro) venne utilizzato come riempimento, allorché i Romani decisero di ristrutturare la linea delle fortificazioni messapiche sul mare. 

Adesso le ricerche verso quale direzione andranno? 

Lo scavo mira ad andare a fondo a tutti questi riempimenti all'interno dei quali contiamo di trovare il resto della statua, altri fregi, elementi architettonici del tempio perché tutto il materiale usato come riempimento è stato gettato alle spalle delle mura. Naturalmente se dovessero esserci delle fondazioni del tempio non stanno dove stiamo scavando ora, ma un po' più all'interno. A che livello lo hanno demolito è difficile dirlo, abbiamo recuperato le parti alte dell'edificio, ma se l'hanno demolito di sana pianta non è facile appurarlo finché non possiamo scavare più all'interno tra la strada e il giardino adiacenti. Contestualmente stiamo continuando a scavare l'altare.

Tanto è stato fatto, ma molto c'è ancora da lavorare. E non è facile avendo a disposizione poche risorse. 

Negli ultimi anni stiamo andando avanti grazie a donazioni private, in particolar modo grazie al sostegno di Francesco Lazzari, figlio di Antonio Lazzari, il geologo a cui è intitolato il MAR. Quest'anno si è aggiunta anche Mary Katia Frassanito, figlia di una levatrice di Castro che per rispetto delle volontà della madre ha donato 10mila euro al Comune per proseguire le attività, inoltre possiamo contare sul contributo di un nostro caro amico come Rocco Giurgola dell'azienda Giurgola Stampi. A tutto ciò va sommato il piccolo finanziamento che ci arriva dal Comune di Castro. Sarebbe auspicabile un sostegno più cospicuo anche nell'ottica di valorizzare meglio l'area e renderla maggiormente fruibile. 

 

Da Lik a Castrum Minervae: l’epopea della Perla del Salento 

 

Castro era nei tempi antichi una delle meraviglie della Magna Grecia che molto risentì dell'influenza architettonica della vicina Taranto. D’altronde, il primo insediamento messapico gravitava nell’area influenzata da Taranto, all'epoca colonia spartana. Solo in età romana, la località messapica inizialmente conosciuta, secondo alcuni con il nome di Lik, sarebbe stata rinominata Castrum Minervae. L’antico nome di Castro, Lik appunto, trova una conferma nella cosiddetta “mappa di Soleto”, un frammento a vernice nera che costituisce la più antica mappa geografica occidentale proveniente dall’antichità classica, attualmente conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto e raffigurante il sud del Salento. Nel IV secolo a.C. è avvenuta questa monumentalizzazione del santuario con una forte influenza greca, quasi sicuramente proprio come riflesso stilistico di ciò che avveniva nella vicina zona del tarantino. 

A caratterizzare fortemente la città che si affaccia sull'Adriatico vi era appunto questo santuario Athenaion, dedicato quindi alla dea Atena che per i Romani diventerà la dea Minerva. Ma cos'era una città santuario? Era una città la cui centralità ruotava intorno alla presenza di questo imponente edificio dedicato alla divinità. Uno dei problemi fondamentali dei santuari greci, a differenza di quelli romani, è la loro ubicazione. I santuari si distinguono in urbani ed extra-urbani: in linea di massima, i santuari nelle città erano situati più o meno al centro, nell’agorà o sull’acropoli, raramente vicino alle mura o nei pressi delle porte. Essi sono posti nei luoghi di più facile contatto dei cittadini con i loro dei. Molto più interessanti i santuari collocati lontano dalla città: il fatto che solitamente si trovino in punti di difficile accesso sarebbe una testimonianza della preferenza da parte della divinità. 

Quello che viene fuori dai reperti dimostra un’imponenza architettonica e una ricchezza economica e culturale che non può certo riferirsi unicamente alla Castro messapica. L’archeologia ufficiale aveva dato finora poco peso ai ricordi e alle ricostruzioni virgiliane, per gli esperti, come è noto, le manifestazioni templari sono piuttosto da riferire all’area che parte da Taranto e si spinge fino in Sicilia secondo le direttrici della colonizzazione greca. Ma il santuario di Atena a Castro forse è già al suo posto in quei secoli a guidare i naviganti del Canale d’Otranto. 

 

Alessio Quarta 



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