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Sindrome cinese

[07/02/2020] IN COPERTINA

Sindrome cinese

Tra falsi allarmi, notizie vere e bufale cresce la psicosi coronavirus, mentre il protocollo operativo della Regione Puglia per la gestione dei casi sospetti di infezione sta dimostrando di funzionare

 

Il 31 dicembre 2019 è il giorno in cui la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan in Cina ha segnalato all'Organizzazione Mondiale della Sanità l'esistenza di un cluster di polmoniti ad eziologia ignota che si è verificato nella città di Wuhan, circa 11 milioni di abitanti nella provincia di Hubei. Una notizia, si è poi appurato successivamente, trasmessa con un netto ritardo per volontà del Governo cinese, quando i contagi stavano crescendo a dismisura e il coronavirus 2019-nCoV si era già propagato da diverse settimane. In Cina sono più di 20mila i casi accertati, una cifra da prendere con le molle a causa della tradizionale riluttanza alla trasparenza del Governo cinese, ragione per cui si pensa che i contagiati possano essere oltre i 100mila.  Notizie, insomma, per nulla incoraggianti che hanno gettato nel panico la popolazione mondiale, dal momento che il virus è stato riscontrato in 24 nazioni, tra cui anche l'Italia (due finora i casi accertati). In tutti i casi si tratta di gente di ritorno dalla città di Wuhan o dalle zone colpite dall'epidemia e che presentano stati febbrili, al momento sotto controllo. 

A Lecce tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio sono stati tre i falsi allarmi per altrettanti pazienti che si sono presentati al Pronto Soccorso dell’ospedale “Vito Fazzi” manifestando sintomi analoghi a quelli del coronavirus: protagonisti un ragazzo cinese, una donna di Ruffano di professione cantante lirica di rientro da un tour in Cina e una cittadina cinese, residente in Salento, che ha riferito di aver avuto contatti a Roma alcuni suoi connazionali proveniente dalla zona di Whuan. In tutti e tre i casi si è provveduto a mettere i pazienti in isolamento e a fare i relativi prelievi, che sono stati poi inviati all'Istituto nazionale per le Malattie infettive “Spallanzani” di Roma; nel frattempo i pazienti sono stati trasferiti dal “Vito Fazzi” al Policlinico di Bari, centro di riferimento regionale per i casi sospetti da coronavirus. E in tutti e tre i casi si è trattato appunto di falsi allarmi: uguali i sintomi, ma virus differenti e non certamente letali. 

Ma, si sa, i social network non fanno altro che soffiare sul fuoco delle notizie false, travalicando ogni confine geografico e razionale. La psicosi è difficile da sradicare una volta che ha preso il largo nel mare magnum della rete, arrivando a diffidare di negozi e ristoranti cinesi gestiti da persone che non tornano nel proprio Paese ormai da anni. L'unico consiglio, però, che si può dare al momento per non rischiare il contagio da coronavirus è quello di evitare di andare in Cina nelle zone a rischio. 

 

Alberto Fedele: “Niente allarmismi, la situazione in Salento è sotto controllo” 

 

È un inverno difficile, quello a cavallo tra fine 2019 e inizio 2020, dal punto di vista sanitario, tra influenze stagionali ma non solo. A Lecce c'è stata un'emergenza morbillo e contemporaneamente è scoppiata la psicosi da coronavirus. Finora, stando ai fatti, nessun caso accertato della malattia che sta sconvolgendo la Cina in queste settimane, mentre destano più allarme sia l'influenza che soprattutto il ritorno del morbillo. Una malattia, quest'ultima, che si riteneva praticamente sconfitta e che presenta ancora diversi focolai soprattutto tra chi non ha mai fatto il vaccino, semplicemente perché all'epoca ancora non c'era o perché non ha fatto la malattia da piccolo. 

E così il “Vito Fazzi” si è ritrovato semplicemente invaso da pazienti nelle settimane di gennaio, tanto da dover recuperare in tutta fretta 60 posti letto in più per i malati infettivi, oltre a due ambulanze in più del servizio 118. Il tutto in un contesto generale, quello sanitario in Salento, che secondo l'organizzazione sindacale Fsi-Usae deve affrontare anche la mancanza di dispositivi di protezione individuale che tutelino la salute di medici, infermieri, oss, soccorritori e autisti di ambulanza che sono quotidianamente a contatto con batteri, radiazioni, somministrazioni di farmaci.  

Di questo e della psicosi generata dalla diffusione di notizie vere ma soprattutto false sul coronavirus ne abbiamo parlato con il dottor Alberto Fedele, dirigente Servizio Igiene pubblica Area Nord della Asl di Lecce.

Dottor Fedele, come state agendo per quanto riguarda l'emergenza coronavirus?

C'è una task force regionale che sta funzionando molto bene e sta emanando le direttive adeguando alle esigenze della Regione Puglia quelle che già emanate a livello nazionale. Poi c'è un gruppo operativo a livello di Direzione generale a cui sovrintende il Direttore Sanitario per l'organizzazione generale. Il protocollo, in linea di massima, prevede che i casi non complicati, quelli cioè che hanno solo il criterio di soggetti che sono arrivati da meno di 14 giorni dalle zone a rischio e per il resto stanno bene, siano soggetti ad una semplice sorveglianza, vale a dire possono stare presso il proprio domicilio e misurarsi da soli la temperatura, venendo seguiti dai medici di medicina generale e da noi, senza necessità di un ricovero. Se i casi sono più complicati, invece, verranno attivate le procedure con il 118 e con le Malattie Infettive di riferimento e verranno inviati a Bari.

Per evitare qualsiasi forma di psicosi, il più delle volte ingiustificate, cosa possiamo dire ai nostri lettori? 

Innanzitutto, è inutile evitare persone che sono state in quelle zone o in Cina e non presentano alcun sintomo, che stanno bene perché il rischio in questi casi è praticamente nullo. Si stanno verificando segnalazioni che sono dettate dalla paura, ma non hanno alcun riscontro pratico. La situazione noi la monitoriamo costantemente per cui se dovessero esserci dei casi avvertiremo noi le persone, una ad una, che sono entrate in contatto con il paziente e diremo loro quello che devono fare. L'unica vera precauzione è quella di non fare viaggi in quei Paesi che per altro sono stati sospesi con un'ordinanza ministeriale nelle scorse settimane. Inoltre, bisogna avere qualche accortezza in più: lavarsi più frequentemente le mani in un periodo come quello invernale in cui circolano più microbi attraverso l'influenza e il raffreddore. Chi proviene da quelle aree deve cercare di essere quanto più prudente possibile e stare attento a non ammalarsi per evitare fattori confondenti. Per tutti gli altri il consiglio è quello di avere uno stile di vita un po' più sano, evitando di scatenare paure incontrollate. 

Cosa vi aspettate che accadrà nell’immediato futuro?

Siamo tutti in attesa. Al momento ci aspettiamo più conseguenze negative legate alla forma influenzale che sta circolando che non per questo virus per come si è finora manifestato in Italia. Da noi finora si sta parlando di casi importati (come i due cinesi le cui condizioni fisiche sono peggiorate nelle ultime ore) e non trasmessi all'interno del nostro Paese, motivo per cui la situazione si può ritenere assolutamente sotto controllo.

Parliamo della recente epidemia di morbillo in provincia di Lecce: quanti casi avete registrato in questo mese di gennaio?

Siamo a quota 38, la stragrande maggioranza adulti. Gran parte di loro, quando erano piccoli, sono vissuti in un'epoca storica in cui non c'era un'offerta attiva del vaccino e non hanno fatto la malattia, di fatto scampandola. Poi questi soggetti nel frattempo sono cresciuti, si sono accumulati e siccome il virus ancora gira (non tra i bambini perché sono vaccinati, ma tra gli adulti), quando se ne accumulano un certo numero nella popolazione si verifica un'epidemia come questa. 

Cosa consigliate in questi casi? 

A tutti coloro, di qualunque età, che non hanno avuto la malattia da piccoli e non sono stati vaccinati, consigliamo vivamente di vaccinarsi.

Un consiglio da estendere anche al personale sanitario, professionale e volontario.

Assolutamente sì. Anche tra operatori sanitari ci sono soggetti che non hanno fatto la malattia da piccoli e non hanno fatto i vaccini. Non è detto che siccome fanno quella professione sono immuni da ogni malattia e perciò esenti dal seguire le normali procedure. A maggior ragione anche loro devono assolutamente vaccinarsi. 

 

Alessio Quarta 



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