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Salento sempre pił sieropositivo

[18/05/2018] PRIMO PIANO

Salento sempre pił sieropositivo

Sono preoccupanti i dati diffusi dal reparto Malattie Infettive del “Vito Fazzi” di Lecce, che documentano un aumento progressivo dei casi di Hiv soprattutto tra i maschi di età compresa tra i 18 e i 30 anni 

 

Trent’anni di campagne di sensibilizzazione e prevenzione, di raccomandazioni in merito ai rischi celati nell’uso di droghe e nei rapporti sessuali non protetti e con l’intenzione di mettere in guardia i cittadini di tutto il mondo, soprattutto giovani, sul virus dell’Hiv, l’agente responsabile dell’Aids. Un messaggio che non sembra però essere stato totalmente accolto popolazione europea; a dirlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale il nostro continente ha registrato un aumento dei contagi. Anche l’Italia rispecchia questo preoccupante fenomeno, così come la provincia di Lecce, almeno secondo i dati diffusi dal reparto di Malattie Infettive dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, che ha registrato negli ultimi tre anni 87 nuovi casi di sieropositività.

Secondo quanto emerge dall’analisi del nosocomio leccese, le persone affette da Hiv sono passate dalle 20 del 2015, ai 25 dell’anno successivo, fino ai 30 del 2017; da gennaio ad oggi, invece, i casi di contagio sono al 12% rispetto allo scorso anno. In controtendenza, invece, come spiega il primario del reparto leccese Anacleto Romano, sono i contagi tra gli omosessuali: tre nel 2015 e nel 2016, solo uno nel 2017; un dato particolare se si considera che fino a pochi anni fa questa parte della popolazione registrava il maggior numero di casi. La stessa nota, però, si contraddice quando afferma che l’82% delle infezioni da Hiv riguarda gli uomini, di cui il 60% rappresentato proprio da soggetti omosessuali; il 18% è invece appannaggio delle donne, di cui il 7% costituito da giovani extracomunitarie, quasi totalmente di origine africana.

Preoccupante anche la fascia di età in cui si attesta la maggior parte dei contagiati, compresa tra i 18 e i 30 anni. Secondo il dottor Romano, questo dato può essere spiegato dalla bassa attenzione prestata dai giovani, che considerano curabile questa infezione a causa di mala informazione. E oltre a non avere una terapia risolutiva, chi è affetto dal virus deve anche fare i conti con gli effetti tossici dei farmaci somministrati, possibili responsabili di altre gravi patologie diverse dall’Aids. Una scarsa attenzione al problema che i giovani dimostrano anche con il basso ricorso a metodi contraccettivi.

Dai dati diffusi emerge infine un altro importante aspetto. Sono ben 600 i malati di Aids seguiti dal reparto del dottor Romano, molti dei quali si sono ammalati molti anni addietro; stesso discorso anche per gli altrettanti numerosi pazienti sieropositivi, anche da oltre 30 anni.  

 

Lila Lecce: “Giusto analizzare il fenomeno, ma non creiamo sterili allarmismi”

 

L’allarme lanciato dal dottor Romano ha in realtà fatto storcere il naso ai volontari della sezione leccese della Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids). L’associazione ha infatti voluto chiarire alcuni concetti a loro dire fuorvianti, innanzitutto in merito agli omosessuali, i soggetti maggiormente interessati del fenomeno, superando il concetto di “categoria” a favore di quello di “comportamento”: “Senza lanciare sterili allarmismi -si legge nella nota diffusa da Lila Lecce- crediamo sia opportuno promuovere e mettere in atto strategie di prevenzione chiaramente indirizzate a questa fascia di popolazione, considerata dalla letteratura scientifica come maggiormente vulnerabile, ma senza escludere nessuno. L’Hiv insomma riguarda tutti, al di là dall’orientamento sessuale”.

In considerazione delle criticità derivanti dal virus, poi, la nota del reparto del “Fazzi” parlava di limitazioni sociali, un altro concetto respinto da Lila: “Da anni l’infezione da Hiv viene considerata una patologia cronica che non comporta alcun limite. Le persone che prendono regolarmente le terapie hanno un’aspettativa di vita per nulla diversa dalle sieronegative. Una serie di studi ha recentemente dimostrato che, grazie alle terapie, non sono neanche più da considerare ‘contagiose’, infrangendo il pluridecennale tabù dell’indispensabilità delle precauzioni nel rapporto sessuale o della impossibilità ad avere figli”. 

Più pesante il tono riguardo la tossicità delle stesse terapie: “Diffondere una nozione simile può indurre le persone con Hiv a non curarsi. Oggi i trattamenti disponibili sono sempre più ben tollerati, semplici, personalizzabili, ma soprattutto efficaci. I problemi cardiaci o renali a cui il dottor Romano accenna possono derivare piuttosto dalla normale evoluzione del virus, che non si limita a colpire il sistema immunitario, ma provoca infiammazioni e danni anche a livello di molti altri organi”. 

Molto critico, infine, il commento nei confronti della gestione dei pazienti: “Da mesi riceviamo continue segnalazioni da parte di persone con Hiv seguite presso il reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Lecce rispetto a mancanza di privacy e tempi lenti nell’esecuzione di prestazioni a causa di un sovraffollamento di pazienti o, ancora peggio, della difficoltà a trovare disponibile almeno uno dei due medici titolari dell’ambulatorio specifico per l’Hiv. Altresì ci dispiace precisare che, purtroppo, nonostante le segnalazioni di Lila l'esecuzione dei test di screening non è preceduta né seguita dal counseling assolutamente indispensabile per dare informazioni corrette e il giusto orientamento e/o supporto alle persone con Hiv”.

 

Alessandro Chizzini 



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