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Pronto Soccorso in affanno e pochi posti letto: il "Vito Fazzi" chiede aiuto

[30/10/2020] IN COPERTINA

Pronto Soccorso in affanno e pochi posti letto: il "Vito Fazzi" chiede aiuto

L’emergenza Covid-19 ha ampliato e reso più critico problemi atavici del nosocomio leccese. Mentre si pensa al raddoppio dei posti in Malattie infettive, la Regione ha bloccato i ricoveri e gli interventi non urgenti  

 

Uno degli effetti secondari, ma non per peso specifico, del Covid-19 coinvolge un punto nevralgico del sistema sanitario come il Pronto Soccorso. Nel corso della prima ondata, purtroppo, i PS sono stati presi d’assalto non solo dai numerosi pazienti infetti o potenzialmente tali, ma anche da coloro bisognosi di altre cure urgenti. Le conseguenze sono purtroppo ben note e con l’esplosione della seconda ondata si sta ripresentando lo stesso affanno di marzo e aprile. 

E le prime difficoltà si stanno purtroppo riscontrando anche presso il Pronto Soccorso del “Vito Fazzi” di Lecce, diretto dal dottor Silvano Fracella, membro del consiglio direttivo dell’Ordine dei Medici di Lecce; i posti letto del presidio ospedaliero sono stati infatti ridotti per garantire, giustamente, il distanziamento sociale fra i pazienti, facendo perdere circa il 30% della capacità dello stesso nosocomio. Una scelta che risponde a garantire la sicurezza dei pazienti, ma ha avuto come controreazione un ingorgo tra richieste di pazienti positivi al Covid ed emergenze ordinarie proprio al Pronto Soccorso, con la ulteriore conseguenza che l’unità diretta dal dottor Fracella è costretta ad ospitare pazienti in attesa di ricovero, non riuscendo però a garantire il distanziamento tra gli stessi. 

Una situazione critica che, paradossalmente, potrebbe mettere nei guai lo stesso Fracella, come lo stesso ha raccontato nei giorni scorsi ai microfoni di Telerama: “Nel momento in cui non riesco mantenere il distanziamento sociale nel Pronto Soccorso commetto un reato; se invece per garantire il distanziamento devo ridurre la capacità ricettiva, mi troverò poi nelle condizioni di non accettare più nessuno quando riempirò tutte le postazioni, commettendo così un secondo reato, quello di omissione di soccorso”. Oltre al Pronto Soccorso, inoltre, Fracella è chiamato a gestire anche un’area grigia del Dea destinata ai casi sospetti e un reparto simil-geriatrico, anch’essi con funzione di primo soccorso. E uno dei primi accenni di crisi si è palesato nei giorni scorsi, quando l’area grigia del Dea da più giorni ospitava su una barella tre pazienti positivi al Covid-19 in attesa di essere ricoverate; una situazione che spesso si presenta anche presso il reparto simil-geriatrico, dove non è raro trovare pazienti che, anche per più giorni di fila giorni, restano su una barella in attesa di ottenere un posto letto. 

Nemmeno l’importante capacità di filtro del Pronto Soccorso riesce ad alleggerire la situazione: solo il 12,6% dei pazienti viene infatti ricoverato, ma i pazienti da gestire giornalmente sono 230; ogni giorno, quindi, sono ben 27 le persone che necessitano di un posto letto, che non possono però avere nell’immediato. Una criticità atavica, quindi, del Pronto Soccorso leccese e che l’emergenza Covid sta ampliando sensibilmente e che, secondo Fracella, ha fatto riemergere una organizzazione della rete ospedaliera pugliese ancora all’anno zero. Il sistema sanitario regionale comunque corre ai ripari: il reparto Malattie infettive del “Fazzi”, che ha coperto i suoi 20 posti letto totali dopo aver accolto alcuni pazienti del barese, vedrà raddoppiata la sua capacità, mentre il reparto di Pneumologia del Dipartimento di Emergenza e Accettazione dovrebbe presto accogliere 40 posti letto. Tutto questo, mentre, però, Lopalco ha bloccato a tempo indeterminato gli interventi non urgenti. 

 

Unità Speciali di Continuità Assistenziale: il primato del Salento 

 

Lo scoppio dell'epidemia di Covid-19 ha trovato il sistema sanitario nazionale quasi completamente impreparato. Alla necessità di trovare posti letto da assegnare agli ammalati più gravi, si è presto aggiunto il bisogno di rispondere alle richieste di cure proveniente da chi ha iniziato a manifestare sintomi più lievi legati al Sars-Cov-2. Una criticità alla quale si è cercato di dare una soluzione con l'istituzione delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), alle quali è stato affidato il compito di visitare a domicilio, su indicazione del medico di base, il paziente positivo che non necessità del ricovero ospedaliero e di sottoporlo al tampone qualora fosse impossibile recarsi nelle postazioni adibite. 

Come nella maggior parte delle regioni italiane, però, le USCA, previste dal Dpcm di marzo, non sono distribuite capillarmente tra le diverse Asl regionali. Come riportato dal portale Sanitasalento.net, emerge soprattutto l'insufficiente organizzazione delle Asl di Foggia e Brindisi. Con sole cinque USCA, la provincia settentrionale pugliese è stata nettamente sotto organico rispetto al suo esteso e complesso territorio e solo di recente la dotazione è salita a 10 unità, grazie all’integrazione del bando predisposto proprio per la selezione di medici da assegnare alle USCA. 

Non se la passa bene ancora bene l'Asl di Brindisi, che può contare solo sull'apporto di una sola unità assistenziale; una criticità che ha portato l'Asl ad aumentare il monte orario, da 18 a 36 ore, e a richiedere il contributo dei medici di medicina generale, anche grazie alla telemedicina e all’app "Ciao Dottore", che consente ai pazienti di inviare al proprio medico curante i parametri vitali. 

Nel verso opposto sta invece per ora procedendo il percorso avviato dall'Asl di Lecce, per la quale sono operative ben otto efficienti USCA. Nella provincia salentina, la situazione è attualmente sotto controllo grazie anche al 95% di positivi asintomatici e alla ottima dotazione di dispositivi di sicurezza; un quadro che consente di seguire a distanza i pazienti e facilita notevolmente la collaborazione tra USCA e medici di medicina generale. Le unità assistenziali, quindi, possono rivelarsi importanti strumenti strategici nel contenimento della pandemia, prendendo esempio proprio dall'esperienza salentina, soprattutto riguardo le integrazioni al bando che hanno consentito un allargamento del personale USCA nella nostra provincia. 

 

Alessandro Chizzini 



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