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Prigionieri della Rete

[25/01/2019] IN COPERTINA

Prigionieri della Rete

L’assurda vicenda della famiglia residente nel Nord Salento, i cui componenti per due anni e mezzo hanno vissuto letteralmente segregati in casa davanti ai rispettivi computer e smartphone rinunciando a qualunque rapporto sociale, ha acceso i riflettori su una patologia, la dipendenza da Internet, che insieme alla “sindrome di Hikikomori” è stata finora sottovalutata e che richiede interventi rapidi rivolti a giovani e adulti, come evidenziato dall’Ordine degli Psicologi della Puglia  

 

Due anni e mezzo senza praticamente uscire mai di casa. Tutto il giorno attaccati ad un computer a vestire i panni di una vita parallela, un piccolo bottone da accendere per valicare i confini di un'altra dimensione. Sempre seduti su una sedia senza guardare fuori il mondo che scorre. È quanto sarebbe accaduto nel Nord Salento ad un intero nucleo familiare composto da papà, mamma e due figli, un maschio di 15 e una femmina di 9 anni. Ed era proprio la più piccola, ancora in età di obbligo scolastico, a provvedere al sostentamento della famiglia, comprando da mangiare, se così si può dire: caramelle, biscotti e merendine. Sono stati proprio gli insegnanti della bambina a segnalare agli assistenti sociali il perdurare delle condizioni di abbandono con cui si presentava in classe. 

Una segnalazione che ha portato alla luce una situazione drammatica, ben più grave di quanto ci si potesse immaginare. Il ragazzo, infatti, pur di stare davanti allo schermo del computer si cibava raramente e non si lavava, riducendosi praticamente ad un fantasma di ossa, con gravi difficoltà motorie. In due anni i piedi erano cresciuti di qualche centimetro, ma erano rimasti intrappolati sempre nello stesso paio di scarpe, motivo per cui si erano formate delle profonde piaghe e ferite infette che hanno necessitato di una forte terapia antibiotica a cui si è aggiunta una massiccia dose di fisioterapia per riabituare le gambe anchilosate dalla troppa stasi al normale movimento. Un contesto borderline che ha rischiato di sfociare pure nel fenomeno della Blue Whale, un folle gioco interattivo che ha spinto diversi adolescenti al suicidio. 

Il padre, un quarantenne che percepiva una modesta pensione sufficiente, tuttavia, a garantire alla famiglia questa condizione di isolamento perdurante, e la madre, di tre anni più grande, sono ora sotto controllo di un team di psicologi e psicoterapeuti per uscire dalla condizione di dipendenza dal web. Avevano finito anche di parlare tra di loro, di riunirsi per il pranzo, ognuno di loro sopravviveva con l'obiettivo di connettersi alla rete per giocare o per navigare. 

Ed è la prima volta in Italia che il fenomeno colpisce un intero nucleo familiare. Sin qui erano spesso i singoli giovani ad essere colpiti da questa nuova forma di dipendenza nei confronti di Internet, tocca al Salento macchiarsi di questo triste primato. Una notizia che ha fatto ben presto il giro dei giornali di tutta Italia. Purtroppo i casi sono in aumento in ogni Regione anche perché questa condizione non si avverte -come in realtà è a tutti gli effetti- come una forma di dipendenza, al pari di alcool, sostanze stupefacenti e gioco d'azzardo, su cui occorre fare una forte campagna di prevenzione. 

 

“Problema finora sottovalutato, ma le conseguenze sono devastanti”

 

Sulla vicenda della famiglia salentina per due anni e mezzo rinchiusa in casa davanti al pc è intervenuto anche l'Ordine degli Psicologi della Puglia, tramite il proprio presidente, Antonio Di Gioia. Una storia in cui sono mancati dei punti di riferimento stabili, delle relazioni esterne forti che potessero aiutare questo giovane nucleo familiare, e soprattutto i figli, a uscire da un contesto di isolamento assoluto e di autoemarginazione. “Lo diciamo da anni - ha dichiarato Di Gioia-: il web ha migliorato le nostre vite, ma nasconde anche dei rischi altissimi. Ne abbiamo parlato in relazione al fenomeno delle scommesse online, ma anche ad esempio per quel che riguarda la diffusione di filmati hard. Tutti abbiamo sottovalutato i pericoli e della sovraesposizione dei più giovani, specie dei ragazzi più fragili, facili bersagli in un contesto slegato da riferimenti reali e concreti”. 

Quello che più sconcerta in questo caso, tuttavia, è il coinvolgimento anche degli adulti, incapaci di resistere alle tentazioni del web: “Forse la spiegazione va cercata nella giovane età della coppia, non quella attuale ma quella in cui hanno dato il via alla vita coniugale. Lui, infatti, secondo le informazioni in nostro possesso, aveva 25 anni quando è nato il primo figlio, lei tre anni in più. Ma naturalmente non può essere considerata la causa di questa chiusura col mondo esterno e lo sviluppo della dipendenza dal web. È necessariamente una serie di concause ad aver provocato questa situazione. Di certo a questa famiglia sono mancati punti di riferimento stabili, tali da consentire loro di confondere il reale con il virtuale”. 

Siamo di fronte a un caso limite eccezionale, ma i numeri in tutta Italia, e la Puglia non è da meno, parlano di un aumento dei casi di dipendenza da Internet: “La dipendenza dal web sta diventando un vero problema. È per questo necessario che le istituzioni si impegnino ad avviare percorsi incentrati sulle relazioni socio-affettive rivolti ai giovanissimi, soprattutto in ambito scolastico, ma anche agli adulti, che vanno aiutati nei Centri di Ascolto per le Famiglie a gestire le relazioni con gli adolescenti in un contesto in continua evoluzione e mutamento. Le dipendenze -conclude Di Gioia- sono devastanti, perché non hanno ripercussioni solo sull’individuo affetto da questa patologia, ma anche su chi gli sta accanto, la famiglia in primis e la comunità sociale. In questo caso la famiglia ne è rimasta vittima nella sua interezza”. 

 

Alessio Quarta 



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