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Minoranza demografica

[29/01/2021] IN COPERTINA

Minoranza demografica

Tra calo delle nascite e flussi migratori, i piccoli comuni del Salento si stanno sempre più spopolando. Ma, secondo gli esperti, il fenomeno non è irreversibile e con iniziative “dal basso” e politiche mirate il trend negativo si può invertire

 

Il Salento si sta impoverendo, e non solo sotto l'aspetto economico, perché sta perdendo gradualmente le sue principali risorse: quelle umane. La provincia di Lecce continua a subire un preoccupante calo demografico e la conferma arriva dai dati grezzi forniti dall'Istat: se nel 2014 la nostra provincia contava 806.412 residenti, nel 2019 l'ammontare si è fermato a 791.122; in cinque anni, quindi, il calo demografico ha interessato ben 15.290 unità. Sono molti i parametri che illustrano questo fenomeno, a partire dal saldo tra nascite e decessi: nel 2019 sono venuti al mondo 5.064 bambini, a fronte però di ben 8.235 residenti ai quali purtroppo abbiamo dovuto dire addio. Un saldo negativo di 3.171 unità che, per quanto rappresenti un dato in linea negli ultimi cinque anni, resta pericolosamente alto. Significativo anche il dato generale rispetto alla situazione nazionale: nel 2019 la decrescita demografica salentina si è attestata al -0,5%, un dato considerevole se rapportato al -0,10% registrato nel 2014 e soprattutto al dato nazionale, fermo a -0,19%. 

A completare questo preoccupante quadro, si aggiunge il peggioramento dell'unico parametro finora in positivo, il saldo del flusso migratorio: dal 2018 questo dato ha cominciato a descrivere il Salento come una terra di partenza e non come meta; in questo senso, il territorio ha perso 804 unità nel 2018 e ben 1.391 nel 2019. In merito al flusso migratorio, poi, continua a persistere un fenomeno interno che in passato abbiamo già avuto modo di analizzare: il graduale spopolamento dei più piccoli comuni del Sud Salento e dell'entroterra idruntino a favore di Lecce e in generale dell'area settentrionale della provincia. 

In questo quadro generale già di per sé non felice da quasi un anno facciamo i conti con una pandemia i cui effetti socio-economici stanno ormai emergendo drammaticamente. Ma non tutto forse è perduto: “La pandemia  in quanto acceleratore e moltiplicatore della crisi ambientale e dei modelli di sviluppo degli ultimi decenni, ha messo in evidenza profonde criticità ma anche inattese opportunità, non solo delle montagne e delle aree interne, ma anche dell'intero sistema insediativo italiano”, afferma il prof. Antonio De Rossi, ordinario di Progettazione architettonica e urbana e direttore dell’Istituto di Architettura Montana presso il Politecnico di Torino, in occasione de “I margini al centro”, incontro online organizzato dalla “Casa delle Agriculture Tullia e Gino” di Castiglione d'Otranto, una realtà che da anni promuove le potenzialità di innovazione sociale ed economica di quelle arre marginali, appunto, che più di altre soffrono l'addio dei loro cittadini.

 

Dalla “Casa delle Agriculture” di Castiglione d’Otranto una lezione di resistenza

 

Se la costruzione di un nuovo futuro del Salento, soprattutto delle sue aree periferiche, deve passare da processi di rigenerazione territoriale, un esempio virtuoso da seguire è quello che dal 2013 propone l’associazione “Casa delle Agriculture Tullia e Gino” di Castiglione d’Otranto, frazione di Andrano. Impegnata nella promozione e valorizzazione dell’agricoltura biologica e nelle tematiche ambientali, questa realtà vuole al contempo pensare e proporre soluzioni per contrastare il fenomeno del calo demografico. E questo è stato proprio il tema centrale de “I margini al centro: invertire lo sguardo sui territori che si spopolano”, un dialogo svoltosi online sulla pagina Facebook dell’associazione al quale hanno partecipato i docenti universitari Angelo Salento, Antonio De Rossi e Mariano Longo (quest’ultimo è direttore del Dipartimento di storia, società e studi sull'uomo dell’Università del Salento) insieme alla giornalista Tiziana Colluto, presidente dell’associazione. L’inversione dello sguardo a cui si riferisce “Casa delle Agriculture” è quello dei volumi “Riabitare l’Italia” e “Manifesto per riabitare l’Italia”, presi ad esempio come contenitori di proposte per ripensare l’intero Paese partendo proprio dalle sue aree periferiche, i margini appunto. 

In tutti questi anni di attività, l’associazione “Case delle Agriculture” ha operato nella consapevolezza  che il calo demografico può essere contrastato e ribaltato, ma con il contributo degli attori istituzionali: “È bene rimarcare -spiegano i rappresentanti dell’associazione- che lo spopolamento non è un processo inesorabile e irreversibile: altri territori italiani, che hanno vissuto il problema prima di noi, hanno dimostrato che è possibile invertire la tendenza, a patto che si attuino politiche pubbliche mirate, lungimiranti e costanti, politiche da elaborare ai diversi livelli istituzionali, compresi quelli di prossimità, e che qui intravediamo a stento”. 

L’associazione castiglionese parla di un processo non più rinviabile, soprattutto da quando la pandemia da Covid-19 ha ampliato la già larghissima forbice tra grandi e piccoli agglomerati urbani e tra i ceti sociali: “Non si sta meglio nell’Italia dei ‘vuoti’, segnata dalla continua fuga di persone, economie e diritti, aree in cui allo smantellamento dei servizi essenziali si sommano l’affievolimento dei servizi di trasporto, di connettività e conciliazione familiare e la perdita di occasioni di lavoro”.

 

“Case a un euro” a Caprarica: il progetto continua, nonostante la pandemia 

 

Non ha mai avuto l'ambizione di risolvere definitivamente il fenomeno dello spopolamento del territorio, ma semmai quella di offrire un piccolo contributo nel contrastarlo: si tratta del progetto “Case a un euro”, lanciato da diverse realtà locali italiane, tra cui anche il Comune di Caprarica di Lecce, che lo ha avviato nel maggio del 2018. L'idea consiste nell'offrire al costo di un euro degli immobili disabitati, concessi in comodato d'uso per vent'anni al Comune dai proprietari, a condizione che gli acquirenti si facciano carico di tutti gli interventi di manutenzione necessari. 

A quasi tre anni dall’avvio del progetto, il sindaco Paolo Greco, fa un primo bilancio: “Oltre che a fornire una risposta allo spopolamento del territorio, non posso negare che questa iniziativa è servita anche ad accendere i riflettori sulla nostra comunità. Ad oggi, il progetto ha portato alla realizzazione di un laboratorio di ricamo e di un altro per la lavorazione di pietra leccese, un orto sociale e un piccolo chiosco con paninoteca. Altre idee stanno prendendo pian piano forma, come una casa per ospitare i pellegrini della Via Francigena. Gli acquirenti potranno beneficiare anche dell'azzeramento dell'Imu e della riduzione della Tari, mentre un importante aiuto è arrivato dalla Soprintendenza che ha consentito l'esecuzione di interventi non strutturali sugli immobili non vincolati del centro storico senza il suo previo parere. Vero è, però, che si sta procedendo lentamente, soprattutto a causa della pandemia”. 

L'iniziativa del Comune di Caprarica ha attirato attenzione anche fuori dai confini nazionali: “Siamo entrati in contatto con il Canada e l'Australia -continua Greco- ma affinché tutte queste idee si rivelino fattibili serve una organizzazione reale; in questo senso, siamo in trattativa per la realizzazione di case di residenza per cittadini britannici interessati a stabilirsi nel territorio in alcuni periodi dell'anno; concretizzare però tutto quanto è ancora un percorso complesso”. La sensazione, confermata anche dallo stesso Greco, è che l'iniziativa stia andando avanti per inerzia, piuttosto che per una effettiva spinta, ma non mancano idee e volontà per rilanciare quanto avviato nel 2018, pandemia permettendo. 

 

Alessandro Chizzini 



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