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Marco Potý: "Questa Ŕ una battaglia di tutto il Salento"

[07/04/2017] IN COPERTINA

Marco Potý: "Questa Ŕ una battaglia di tutto il Salento"

Il primo cittadino di Melendugno, in prima linea nella contestazione al progetto dell’approdo del gasdotto, insieme agli altri sindaci chiede a gran voce l’intervento delle istituzioni 

 

È diventato uno dei simboli del fronte No Tap. In una battaglia che molti hanno definito “Stato contro Stato”, Marco Potì, primo cittadino di Melendugno, è il principale rappresentante di quella parte delle istituzioni che si oppone all’approdo del gasdotto a San Foca: “In questi giorni -spiega il Potì- un popolo intero sta facendo sentire il proprio dissenso nei confronti di un’opera che non ha ancora tutte le autorizzazioni per proseguire, ma i cui lavori, nonostante questo, sono partiti con l’allestimento di un’area di cantiere e con l’espianto dei primi dei 211 ulivi previsti dal progetto, a cui poi ne seguiranno molti altri”. 

Per fermare il progetto, però, Potì è consapevole che serve anche l’intervento delle più alte istituzioni pubbliche: “Quasi cento sindaci della provincia di Lecce hanno firmato un appello rivolto al Capo dello Stato, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Presidente della Regione Puglia affinché si fermino i lavori e valutare soluzioni più avanzate che non prevedano l’approdo a San Foca, dove gli impatti sarebbero molteplici e le conseguenze considerate negative. E alle firme dei primi cittadini salentini si sono aggiunte anche quelli di consiglieri regionali e componenti del Parlamento, sia italiano che europeo. Spero che la politica, quella con la P maiuscola, si prenda le sue responsabilità e ascolti la voce della popolazione di questa terra”. 

Marco Potì, poi, sottolinea il contributo fornito dai suo colleghi: “Sono commosso dalla solidarietà e dalla partecipazione dei sindaci. Stefano Minerva, sindaco di Gallipoli, ha addirittura dormito in macchina pur di restare insieme ai ragazzi del presidio. Ringrazio immensamente tutti i miei colleghi, che hanno dimostrato consapevolezza che questa è una battaglia di tutto il Salento, non solo di Melendugno”. 

L’ultimo pensiero non poteva non essere rivolto alla sua comunità: “I melendugnesi non si sono esposti in maniera plateale, ma cominciano a farsi vedere al presidio; inoltre, la loro affluenze e le loro preferenze ai recenti referendum sulle trivelle e sul trasferimento delle competenze in campo energetico allo Stato, dimostrano la loro determinazione a salvare uno dei luoghi più belli della Puglia. Questa consapevolezza sta crescendo ovunque”. 

 

Ulivi, il danno dell’espianto e la beffa del reimpianto 

 

Da anni gli ulivi salentini non sono solo simboli del territorio, ma paradossalmente anche vittime sacrificali per il suo, presunto, interesse. Sono 1.900 gli alberi destinati all’espianto per congiungere il punto di approdo del gasdotto al terminale di ricezione (PRT) e i primi 211 insistono nell’area di cantiere. Le operazioni prevedono però anche una fase di reimpianto quando i lavori termineranno, e per questo i primi alberi sono stati stoccati in un terreno nei pressi della Masseria del Capitano sulla strada che collega Calimera a Melendugno. 

Qui dovranno restare quattro anni, ma la sistemazione degli ulivi, di cui solo quattro abbattuti perché considerati contagiati dalla Xylella, ha posto diverse perplessità. La prima è stata palesata dalla senatrice Daniela Donno che, attraverso un video da lei realizzato, ha mostrato come gli alberi siano stati reimpiantati ad una distanza nettamente inferiore ai 2,50 metri richiesti per gli ulivi di quelle dimensioni e sia inoltre assente una copertura per l’area di stoccaggio. 

L’ultima beffa, invece, riguarda l’acqua del pozzo con il quale irrigarli, risultata inquinata dai dati dell’Arpa; Tap ha garantito cure maniacali e l’uso costante delle autobotti, ma ad oggi la sorte degli ulivi sembra tutt’altro che sicura. 

 

Un’opera strategica? Forse, ma tutta da rivedere

 

Un’opera fortemente voluta dai Governi Renzi e Gentiloni, nonché dalla Commissione europea, che la considerano strategica per gli obiettivi di politica energetica: il gasdotto Tap servirebbe infatti all’apertura del cosiddetto Corridoio Meridionale del Gas, collegandosi con il Tanap della Turchia, che preleva il gas dal Mar Caspio. 

Le perplessità sull’utilità dell’opera sono sorte quasi subito, concentrandosi proprio sulla sua valenza strategica: da più parti non è considerato lungimirante continuare ad investire sul gas in un periodo nel quale si sta tentando di puntare sulle fonti rinnovabili; questo è ad esempio il pensiero del geologo Mario Tozzi, che ha inoltre sottolineato come l’obiettivo dell’Italia è quello di produrre il 50% dell’energia elettrica dalle fonti alternative e come ancora poco si sia fatto per distaccarsi da elementi inquinanti come carbone e olio combustibile. Approvvigionarsi anche dalla Turchia, inoltre, sembra controproducente rispetto a quell’indipendenza energetica di cui l’Italia va alla ricerca e a quel crollo dei consumi di gas che dura da alcuni anni. 

Anche dal punto di vista paesaggistico-ambientale i dubbi non mancano: perché scegliere come approdo un luogo come San Foca nei cui pressi, tra l’altro, insistono dei Sic (Siti di Interesse Comunitario)? Si è davvero valutata la possibilità di scegliere un’altra zona, magari già ad alto impatto industriale come il brindisino? Si consideri, inoltre, che il progetto è tutt’ora sottoposto all’assoggettabilità al Via (Valutazione d’impatto ambientale) in seguito alla presenza sul punto di approdo di alcuni esemplari di Posidonia, specie naturale protetta da una direttiva europea. 

Sono altre le contestazioni mosse contro il progetto (i rischi legati all’impianto di depressurizzazione, le promesse di riduzione dei costi delle bollette dell’energie e di aumento dei posti di lavoro che non sembrano molto veritiere), a cui si è poi aggiunta l’inchiesta de “L’Espresso” che ha rivelato presunti legami con la ‘Ndrangheta. Per il fronte No Tap si tratta di speculazione e di interessi privati, e in questo trova l’appoggio anche del movimento No Tav giunto nei giorni scorsi dalla Val di Susa per dare il loro appoggio. E in mezzo a questa protesta, che coinvolge singoli cittadini, famiglie e anziani, arriva un altro colpo: la formalizzazione dell’accordo per la realizzazione del gasdotto Igi Poseidon che approderà a Otranto. 

 

Alessandro Chizzini 



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