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Licenziamento per giusta causa: una questione di fiducia

[30/05/2019] FOCUS LAVORO

Licenziamento per giusta causa: una questione di fiducia

I comportamenti extra lavorativi, nel momento in cui minano gli interessi dell’azienda o il rapporto fiduciario tra lavoratore e imprenditore, possono dare luogo alla cessazione del rapporto di lavoro

 

Con la sentenza n. 428 del 10 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha stabilito che le condotte estranee all’attività lavorativa che il lavoratore ha tenuto persino prima dell’assunzione possono essere tali da giustificare il licenziamento per giusta causa. Analogamente, con la sentenza n. 4.804 del 19 febbraio, la Corte ha ritenuto che una condotta gravemente lesiva delle norme dell’etica e del vivere civile possa costituire giusta causa di licenziamento, anche se il riflesso sul rapporto di lavoro è solo potenziale. 

Da sempre la giusta causa di licenziamento si verifica quando è irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario che è alla base del rapporto di lavoro. La fiducia è quindi condizione per la permanenza del rapporto e può essere compromessa non solo da specifici inadempimenti contrattuali, ma anche da condotte extralavorative che, non riguardanti direttamente l’esecuzione della prestazione, possano comunque ledere il vincolo fiduciario, qualora abbiano un riflesso sulla funzionalità del rapporto e compromettano le aspettative di un futuro puntuale adempimento dell’obbligazione lavorativa. 

Le condotte extra lavorative che possono essere rilevanti ai fini dell’integrazione della giusta causa di licenziamento riguardano tutti gli ambiti nei quali si esplica la personalità del lavoratore e non devono essere necessariamente successive all’instaurazione del rapporto, sempre che si tratti di comportamenti appresi dal datore dopo la conclusione del contratto e non compatibili con il grado di affidamento richiesto dalle mansioni assegnate. Il lavoratore è tenuto non solo a fornire la prestazione richiesta, ma anche a evitare, fuori dell’ambito lavorativo, comportamenti tali da ledere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro o da compromettere il rapporto fiduciario. 

Oltretutto, la rilevanza delle condotte extralavorative non potrebbe essere limitata ai fatti integranti fattispecie di reato e riconosciuta solo in presenza di una sentenza passata in giudicato che abbia accertato la responsabilità del dipendente, trovando applicazione l'orientamento, consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui “il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva sancito dall’art. 27 Cost., comma 2, concerne le garanzie relative all'attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, all'esercizio da parte del datore di lavoro della facoltà di recesso per giusta causa”. 

La giurisprudenza non ha considerato leso il vincolo fiduciario nei confronti del datore di lavoro nel caso di maltrattamenti nei confronti di familiari da parte del dipendente, anche se accertate con sentenze penali di condanna, poiché costui non aveva mai tenuto comportamenti aggressivi o violenti in ambito lavorativo. 

Con la sentenza n. 30.328 del 18 dicembre 2017, invece, la Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di un lavoratore, condannato penalmente per avere indotto alla prostituzione una sua collega di lavoro in condizioni di minorazione psichica. 

In altri casi si è ritenuto legittimo il recesso intimato al dipendente condannato per il reato di traffico e detenzione di stupefacenti. I principi applicati sono simili a quelli già illustrati. Negli ultimi casi, la condotta complessiva del lavoratore è stata ritenuta di gravità tale da rescindere con effetto immediato il vincolo fiduciario. 

 

Gabriele Toma 

Avvocato civilista e giuslavorista in Maglie 

Mail: avvocato.gabrieletoma@gmail.com 



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