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Le Ninfe tornano a vegliare sul Parco delle cave

[14/07/2017] CULTURA

Le Ninfe tornano a vegliare sul Parco delle cave

Dopo un lungo lavoro di restauro, alcuni pregevoli luoghi storici di Lecce come Masseria Tagliatelle (nelle ex cave Marco Vito) con il suo Ninfeo delle fate e le mura urbiche sono tornati all’antico splendore 

 

I secoli XVI e XVII furono particolarmente fortunati per le arti di Terra d’Otranto, primissima culla di un rinascimento meridionale che aveva visto il suo germinare dalle temperie del quattrocento salentino, carico di significati simbolici, quale continuatore della classicità greco-romana, disperato testimone passato da Bisanzio caduta in mano turca, a quell’ultimo lembo di Impero Bizantino, mai del tutto latinizzato, nonostante gli sforzi di normanni, angioini ed aragonesi.

I vagiti del Rinascimento italiano, i cui splendori echeggeranno nella Firenze medicea, furono emessi in realtà nel Salento dei Matteo Tafuri e dei Marcantonio Zimara, che riscoprirono nelle antiche pergamene salvate dalla furia distruttrice degli ottomani, o più prosaicamente depredate da conventi e dai mercati d’arte che pullulavano nell’Ellade islamizzata.

E da quando anche la Terra d’Otranto ebbe tragicamente a confrontarsi con l’espansionismo ottomano, le magnifiche architetture delle case nobili di borghi e città, con le loro linee aggraziate, composte nel classicismo tardoquattrocentesco, lasciarono il posto ad un’architettura più essenziale, più funzionale alle esigenze militari di difesa, ma non meno pregevole per bellezza e monumentalità. Questi austeri involucri sovente nascondevano tesori, ristretti nelle cantine o in luoghi poco accessibili, scrigni di un passato che le recenti campagne di scavo e di riqualificazione ad opera dell’Università del Salento, stanno facendo riemergere. 

Scipione Di Somma, il celebre governatore di terra d’Otranto che nel 1537 respinse il nuovo tentativo dei turchi del pirata Ariadeno Barbarossa, terrore barbaresco del Mediterraneo e sbarcato a Castro con 72 galee per ritentare l’impresa fallita ad Ahmed Gedik cinquanta anni prima, aveva stabilito la sua residenza leccese in una masseria fortificata, ubicata nelle ex cave Marco Vito, e costruita su una laura rupestre che venne probabilmente utilizzata nei secoli precedenti dai monaci basiliani. Di Somma, giurista napoletano dai gusti raffinati, arricchì la sua dimora con uno splendido Ninfeo, costruito secondo i dettami delle ville della classicità romana, dove le nobildonne cercavano frescura nelle torride estati salentine, i piedi a bagno in un contesto da incanto, fra una Vergine Annunziata aggiunta in affresco dopo la sua morte, avvenuta nel 1553, e dodici nicchie con altrettante fate, numi profani della bellezza pagana.

Sotto il suo governatorato vennero iniziate le monumentali mura urbiche del capoluogo, per ordine del medesimo imperatore Carlo V, in una composizione urbanistica estremamente severa, che faceva fulcro attorno ai bastioni settentrionali, la Meridionale e preesistente Torre del Parco, e le Porte urbane della Cittadella, tra le quali le superstiti Porta San Biagio, Porta Napoli e Porta Rudiae.

A sovrintendere i lavori il magister “regio ingegnere militare” barone Gian Giacomo dell’Acaya, pregevolissimo architetto militare che connotò le mura urbiche di essenzialità e funzionalità, all’avanguardia nel panorama orceometrico dei tempi, facendo tesoro delle esigenze già maturate in ambito dell’architettura militare proprio in Terra d’Otranto. La possanza delle strutture e la particolare connotazione delle difese era infatti in grado di resistere agli assalti di quasi tutti i calibri delle nuovissime artiglierie, che avevano tragicamente esordito sul suolo italiano nell’Assedio di Otranto.

A terminare i lavori fu don Ferrante Loffredo, Governatore della Terra di Bari e d’Otranto, chiamato a sostituire il di Somma, nel frattempo promosso a Napoli nel consiglio del Vicere.

Accanto ad un bastione strategico, nei pressi della Chiesa Confraternitale di San Francesco di Paola, venne costruito nel secolo successivo il magnifico convento dei Monaci Agostiniani, anch’esso recentemente restaurato, e restituito ai leccesi dopo due secoli di rimpalli tra demanio militare ed amministrazione comunale.

Di particolare pregio, oltre la Chiesa col suo composto impianto prebarocco, e la sua cupola che svetta vicino all’attuale Tribunale penale, il cosiddetto giardino di ogni bene, vero e proprio orto botanico che serviva non soltanto all’approvvigionamento alimentare del convento, ma anche a raccogliere essenze ed erbe aromatiche tipiche del Salento, raccolte come in una sorta di banca dei semi ante-litteram.

Il recupero di tali strutture testimonia quanta bellezza ancora nasconde questa terra, la cui vocazione è appunto quella di custodire e tramandare quanto il passato ci ha consegnato. E particolare responsabilità ha chi ha avuto la sorte di nascervi, avendo la possibilità, unica, di potervi vivere, eredi di un passato così ingombrante e del quale le generazioni future dovranno imparare ad esserne all’altezza.

 

Vincenzo Scarpello 



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