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La rivolta delle partite Iva

[24/01/2020] PRIMO PIANO

La rivolta delle partite Iva

Cresce la rabbia di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, sempre più vessati da tasse e banche. E alla manifestazione di Roma c’erano anche i rappresentati della neonata associazione salentina “PIN: Partite Iva Nazionali” 

 

C’erano una volta le partite Iva, verrebbe da dire, guardando i dati allarmanti forniti dai diversi centri studi e osservatori che se ne occupano. Una situazione che, più o meno lentamente ma inesorabilmente, è peggiorata nel tempo fino a raggiungere oggi un punto di non ritorno. I numeri sono da brivido, sia a livello nazionale che locale: da gennaio a settembre 2019 in provincia di Lecce, secondo i dati di Infocamere relativi ai lavoratori autonomi e alle piccole imprese (non ai liberi professionisti), si sono registrate 1.781 chiusure di partite iva nel primo trimestre, 882 nel secondo, 925 nel terzo.

Uno stato delle cose rispetto al quale si registra ormai in tutto il Paese un sentimento sempre più espresso di indignazione e rabbia che ha portato alla mobilitazione di migliaia di partite Iva, mobilitazione culminata nella manifestazione di Roma di mercoledì 22 gennaio. In Salento è nata l’Associazione “PIN: Partite Iva Nazionali”, la cui presentazione ufficiale si è tenuta il 19 gennaio scorso a Copertino.

La nuova Associazione, guidata da Alessia Ruggeri e di cui fanno parte Antonio Sorrento (vicepresidente), Lorenzo Farì (tesoriere), Tommaso Lezzi (imprenditore e rappresentante dei commercianti ambulanti), Mauro Della Valle (presidente di Federbalneari Salento), Marco Conoci (imprenditore) e Marco Sponziello (commercialista),  punta a portare nelle sedi istituzionali le istanze delle partite Iva: dalla riduzione della pressione fiscale, all’applicazione dell’aliquota Iva sull’incasso reale dell’azienda (e non sul fatturato), dal contrasto al lavoro sommerso con l’introduzione di sanzioni penali oltre a quelle pecuniarie, al rapporto tra istituti di credito e aziende in difficoltà e tra queste e l’Agenzia delle Entrate. 

Un esercito salentino di partite Iva costituitosi in pochissimo tempo e le cui fila si ingrossano giorno dopo giorno, condividendo indignazione e amarezza come quella di Luca che dice: “Faccio parte di quella gente che rischia sempre in prima persona, che la mattina si sveglia con il pensiero e la preoccupazione di doversi inventare cose nuove perché altrimenti il mercato ti ammazza, consapevole di non avere diritto a nessun ammortizzatore sociale. Anzi, lo Stato, anziché agevolarti, ti tratta come un evasore facendo di tutto per complicarti la vita… Ci vuole sempre più coraggio a fare questa vita”.

 

64% di prelievo fiscale sul fatturato: Italia maglia nera in Europa per le tasse 

 

È il dato impressionante che fotografa il carico fiscale e contributivo (total tax rate) su piccole aziende e professionisti. Malgrado le promesse del Governo di cambiare la condizione fiscale dei lavoratori con partita Iva (fossero essi commercianti o autonomi), l’ultima legge di Bilancio, pur avendo evitato l’aumento dell’Iva, non ha cambiato la situazione contributiva dei diretti interessati. 

Si è arrivati anzi ad un carico complessivo pari al 64%, secondo i calcoli fatti dal centro studi di Unimpresa, che ha sommato tutte le voci dei versamenti nelle casse pubbliche. È stato calcolato che un'azienda o partita Iva che fattura 50mila euro, abbia un prelievo fiscale complessivo di circa 33.200 euro, con un guadagno netto di appena 17.800 euro. Pertanto, su 12 mesi di attività, il profitto mensile, al netto delle tasse, è di circa 1.483 euro, mentre nelle casse dello Stato si versano, ogni 30 giorni, circa 2.766 euro. Secondo i calcoli dell'associazione, su 50mila euro di fatturato, si pagano: 13.625 euro di saldo Irpef, 5.241 di acconto Irpef, 956 euro di addizionale regionale Irpef, 236 euro di addizionale comunale Irpef, 71 euro di acconto addizionale comunale Irpef, 53 euro come diritti alla Camera di commercio, 1.689 euro di Irap, 797 euro di acconto Irap, 7.191 euro di contributi previdenziali, 3.779 di acconto contributi previdenziali. 

Quadro che diventa ancora più sconfortante se a questi dati se ne aggiungono anche altri di ulteriori rapporti come quello di “Paying Taxes 2020” realizzato da Banca Mondiale e PwC che prende in considerazione anche il tempo impiegato per gli adempimenti fiscali e il numero dei versamenti necessari. Secondo questa ricerca, infatti, nel nostro Paese occorrono 238 ore all’anno per gli adempimenti fiscali (a fronte di una media europea di 161 ore) e 14 pagamenti annuali rispetto ai 10,9 europei.

Unica nota positiva arriva dallo sviluppo digitale con una stretta integrazione tra soluzioni tecnologiche adottate dal contribuente e dall’Amministrazione finanziaria, a seguito dell’introduzione della fatturazione elettronica e del sistema di interscambio (SDI). Il report colloca l’Italia al Livello III (il più alto, se si escludono le iniziative sperimentali avviate in vari Paesi attraverso tecnologie blockchain) per lo sviluppo digitale.

 

Pasquale De Santis 



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