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L'evoluzione della tradizione di Cesare Dell'Anna

[19/04/2019] SPETTACOLI

L'evoluzione della tradizione di Cesare Dell'Anna

Dal concerto del 21 dicembre 2012 al Livello 11-8 nasce Tarantavirus Jazz Night, il nuovo album del musicista salentino, di cui parla in quest’intervista 

 

Presentato in anteprima nazionale il 6 aprile scorso alle Manifatture Knos, in occasione dell’apertura del Festival del Cinema Europeo, Tarantavirus Jazz Night è il quarto album (19esimo dell’etichetta discografica indipendente 11-8 Records) del bellissimo progetto capitanato dal noto trombettista Cesare Dell’Anna. Un lavoro che affonda le sue radici nella leggendaria casa/laboratorio Albania Hotel dei primi anni del 2000 quando lui, precorrendo tempi e mode, iniziava a giocare, come ama dire, con la techno-pizzica. È stato in questo modo che, con uno sguardo rivolto ai vecchi cantori, “senza i quali non avremmo questa materia viva da lavorare” sottolinea, e uno al futuro, rompeva gli schemi aprendo le porte all’incontro tra il virus del morso del ragno e i virus dell’elettronica, del jazz e del più ampio e libero cosmopolitismo musicale. Tutto all’insegna della parola d’ordine che da sempre contraddistingue lui e i suoi lavori: osare. 

Cosa porta con sé questo nuovo album della ricerca musicale degli anni in cui il progetto “Tarantavirus” è nato e quali, invece, le sue novità?

Intanto si è portato dietro la musica salentina, che c’è sempre, e l’elettronica, ma più raffinata. Di nuovo invece c’è questa inedita visione di miscelare tutto con il jazz di altissimo livello. Questa è la novità. Finora, infatti, un lavoro del genere non era mai stato fatto in maniera così seria. Già nel 2012 con Kalinifta ne “Lu_Ragno Arricchito”, il terzo dell’era del Tarantavirus, avevo lanciato però questa mia visione coinvolgendo Mirko Signorile, che all’epoca era il miglior talento jazz italiano. La cosa meravigliosa di questo album è il fatto che c’è improvvisazione pura perché è stato fatto in un’unica prova di tre ore, su delle linee guida che io avevo preparato. Quindi c’è vera spontaneità, c’è vero jazz, non gli assoli scritti, ma tutto frutto dell’istinto, dell’energia che c’era su quel palco. In più ci sono delle novità assolute, ad esempio le due marce funebri portate a una velocità che spacca e l’apertura alla musica della Campania e, quindi, all’incontro con il virus tammurriato.  

Tu hai dato un apporto decisivo al rinnovamento della musica tradizionale salentina, mischiandola a nuovi stili musicali. In che modo sei riuscito a coniugare la sua “sacralità” con questa modernità visionaria? 

Tutta la musica ha sacralità, l’importante è suonarla bene, farla con dignità. Non c’è uno stile o un genere superiore all’altro. La magia della riuscita di alcuni mix sono cose cercate, ma anche cose fortuite e casuali. E la casualità è sempre stata una componente fondamentale in tutto ciò che faccio.

Continui a contraddistinguerti per il tuo profilo da outsider estremo e controcorrente. Come riesci a mantenerti ancora puro rispetto alle logiche commerciali di convenienza? 

Soffrendo molto, ma godendo anche molto di più. La libertà prima di tutto.  

 

Claudia Mangione - foto di Giulio Rugge 



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