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Insicurezza sul lavoro: ancora troppe "morti bianche" nel 2020

[26/06/2020] FOCUS LAVORO

Insicurezza sul lavoro: ancora troppe "morti bianche" nel 2020

L’incidente nel cantiere Snam a Pisignano del 27 maggio scorso, in cui ha perso la vita un operaio 34enne, ha evidenziato il diritto/dovere dei lavoratori di tutelare la propria incolumità utilizzando gli appositi DPI 

 

Sono 216 le “morti bianche” nei primi cinque mesi del 2020 (esclusi i sanitari infettati dal Covid-19), mentre nei primi quattro giorni di giugno se ne contano altre 14 in Italia. Con l’avvio della fase 2, purtroppo, si è tornati a parlare di morti bianche (anche se nella maggior parte dei casi l’evento non allude a nulla di candido). Fu il linguista Giorgio De Rienzo a spiegare che l’uso dell’aggettivo “bianco” fa riferimento all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente. Forse sarebbe il caso di cancellare dal vocabolario una definizione così ipocrita, evitare di dare per scontata la fatalità. 

L’obiettivo di una maggiore sicurezza sul lavoro parte anche e soprattutto dal linguaggio. L'art. 2.087 c.c. obbliga il datore di lavoro non solo ad adottare le misure specificamente richieste dalla legge, dall'esperienza e dalle conoscenze tecniche, ma più in generale ad attuare tutte le misure di prudenza e diligenza necessarie al fine di tutelare l'incolumità, l’integrità psico-fisica e la personalità morale dei propri dipendenti. Detta norma di protezione non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto per ritenersi configurata una responsabilità del datore di lavoro è indispensabile che quest’ultimo abbia agito con colpa, ossia con difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire danni ai propri dipendenti. 

Incombe al lavoratore che lamenti di avere subìto un danno alla salute, a causa dell'attività lavorativa, l'onere di provare, oltre al danno, la nocività dell'ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l'una e l'altra e solo qualora si sia fornita tale prova sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno. Rischi non sono solo quelli insiti nella tipologia di prestazione lavorativa, ma anche quelli derivanti dall’esterno. Cosi, ad esempio, i manovali edili sono soggetti al rischio di caduta dall’alto (proprio dell’attività espletata), ma anche al rischio del colpo di calore o della disidratazione derivanti dalle radiazioni solari (fattore esterno all’attività lavorativa in sé considerata). 

L’art. 28 del D.Lgs. 81/2008 (c.d. TU sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro), prevede che il datore debba valutare “tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa”. Lo strumento con cui si procede alla valutazione dei rischi inerenti alla prestazione è il c.d. DVR, acronimo di Documento Valutazione Rischi. Il datore di lavoro è tenuto a redigere e ad aggiornare il DVR indicando in modo specifico i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda, in relazione alla singola lavorazione o all’ambiente di lavoro e le misure precauzionali ed i dispositivi adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.  

 

Prevenzione e protocolli anti-Covid per lavoratori e datori di lavoro

 

Nell’attuale situazione di emergenza epidemiologica, la salute e la sicurezza dei lavoratori assumono un’importanza ancora maggiore. L’emergenza provocata dal Covid-19 ha sollevato delle nuove problematiche anche in materia di sicurezza sul lavoro, alla luce del rischio biologico cui i prestatori possano essere esposti durante lo svolgimento della propria attività lavorativa. Il datore dovrà fare uno sforzo notevole di adeguamento rispetto alla propria organizzazione, adottando misure di contenimento e dispositivi di protezione individuale che riducano al minimo il rischio per il dipendente di contrarre la malattia in occasione dell’attività lavorativa. 

Il Dpcm del 26 aprile (art. 2, comma 6) subordina la prosecuzione di tutte le attività al rispetto dei contenuti del Protocollo di sicurezza negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile scorso fra il Governo e le parti sociali che ha implementato le misure in merito alle modalità di ingresso in azienda, accesso dei fornitori esterni, pulizia e sanificazione, precauzioni igieniche personali, dispositivi di protezione individuale, la gestione degli spazi comuni, la turnazione aziendale, l'entrata e l'uscita dei dipendenti, eventi interni e riunioni, la gestione di una persona sintomatica, la sorveglianza sanitaria in azienda e la costituzione di un Comitato per l'applicazione e la verifica delle regole del protocollo di regolamentazione. 

Si sottolinea che "la mancata attuazione del Protocollo che non assicuri adeguati livelli di protezione determina la sospensione dell'attività fino al ripristino delle condizioni di sicurezza". La legge di conversione (L. n. 40/2020) del decreto di liquidità, entrata in vigore il 6 giugno, contiene un articolo (il 29 bis) secondo cui i datori di lavoro soddisfano il “dovere di sicurezza” imposto dall’art. 2.087 c.c. con il rispetto dei protocolli sopra richiamati, così risolvendo la questione su cui molto si stava discutendo della possibile moltiplicazione delle azioni nei confronti dei datori di lavoro per infezioni da Covid-19 in ipotesi contratte in occasione di lavoro. 

In caso di contagio di un lavoratore si tende dunque a sollevare da responsabilità il datore di lavoro che abbia applicato le prescrizioni previste da linee guida e protocolli.

 

Gabriele Toma 

Avvocato civilista e giuslavorista in Maglie 

Mail: avvocato.gabrieletoma@gmail.com 



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