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In Italia oltre 100mila "Hikikomori"

[25/01/2019] IN COPERTINA

In Italia oltre 100mila "Hikikomori"

Questi i dati dei medici e delle associazioni di categoria ma il fenomeno di chi si isola dalla realtà diventando dipendente dal web è molto più ampio. Anche in Salento  

 

Quello della famiglia del Nord Salento è solo l'ultimo caso, conclamato, di una patologia che sta sempre più prendendo piede anche in Italia. Nel nostro Paese si parla di 100mila persone affette da sindrome di Hikikomori, ma si tratta di stime approssimative visto che sono persone isolate, che non escono dalla propria stanza e quindi difficilmente individuabili. E anche il Salento, seppur terra accogliente, aperta alle culture e alle popolazioni più disparate, dove per definizione è facile socializzare, come abbiamo visto, non è esente da questo fenomeno. Nel 2017 nel nostro territorio erano tre i casi finiti sotto la tutela di assistenti sociali e affini: due maschi, di cui uno sotto i 30 anni, e una ragazza, anche lei giovanissima. 

Attualmente non sembrerebbero esserci altri casi in cura. Questo è quel chi ci riferisce il dottor Salvatore Della Bona, direttore del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell'Asl di Lecce: “Non abbiamo dati sulle dipendenze da Internet perché i soggetti non si rivolgono ai nostri servizi. Almeno sino ad ora”. Tendenzialmente sono i servizi sociali quelli ad essere contattati in prima battuta. “Nel caso della famiglia del Nord Salento si tratta di un nucleo con gravi problematiche piscopatologiche a carico dei vari componenti -precisa Della Bona- che hanno portato ad un totale ritiro sociale contrapponendo alla vita reale quella virtuale che è diventata totalizzante anche rispetto ai più elementari bisogni primari”. Ma la difficoltà nel reperire casi di questo genere è proprio dovuta al fatto che si tratta di situazioni e soggetti che non emergono, non sono visibili alla luce del sole. 

Eppure già nel 2013 la Fnomceo, cioè la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, proprio a proposito della sindrome di Hikikomori aveva in qualche modo lanciato l’allarme: “Si tratta di una delle forme emergenti di dipendenza che sta lievitando, purtroppo, e che spesso viene confusa con situazioni psicopatologiche diverse. Una dipendenza che va affrontata e prevenuta innanzitutto attraverso la conoscenza del fenomeno, che è invece ancora sottaciuto”. Quel che è peggio, secondo la Fnomceo, è che sull'argomento le istituzioni sembrano del tutto indifferenti: “È un limite evidente, giacché la realtà sociale è fatta anche e soprattutto di queste 'problematiche' con un’espansione clinica che valutiamo quotidianamente”.

Secondo Valentina Di Liberto, sociologa e fondatrice di Hikikomori Coop Sociale Onlus, i numeri di questa sindrome sono purtroppo in costante aumento: “Sono circa 100mila, ma si tratta di una prima mappatura: il numero potrebbe salire tenendo conto che molti vivono reclusi”. In una situazione del genere, dunque, diventa fondamentale il ruolo della società, dei parenti, dei vicini di casa, degli insegnanti, tutti coloro che in qualche modo possono entrare in contatto con situazioni di isolamento o di eccessiva trascuratezza, specie di minori, che vanno segnalate nel più breve tempo possibile per evitare che il tutto degeneri in patologie più gravi. 

 

Sindrome di Hikikomori e dipendenza da Internet: un po’ di chiarezza 

 

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di sindrome di Hikikomori che viene sovente confuso con la dipendenza da Internet. Si tratta, in realtà, di due patologie differenti, che in alcuni casi si intrecciano, generando appunto confusione.

Il termine Hikikomori è preso in prestito dalla lingua giapponese dove questa parola significa “stare in disparte”. Nel Sol Levante i numeri sono impressionanti, motivo per cui anche nella cultura occidentale questo lemma viene utilizzato per descrivere il fenomeno dell'isolamento volontario. Passano il tempo a leggere o a giocare ai videogames e, al giorno d'oggi, solo nel 30% dei casi usano Internet, per lo più come svago e per mantenere un rapporto, seppur virtuale, col mondo esterno. 

Ma come si manifesta? “I ragazzi, di età compresa tra i 12 e i 30 anni, iniziano a sentirsi inadeguati verso la società che li circonda, manifestano problemi di relazione e non si piacciono fisicamente -spiega Valentina Di Liberto di Hikikomori Coop Sociale Onlus-. Si percepiscono come brutti. Poco alla volta i sintomi diventano psicosomatici, causando mal di testa o mal di pancia, generalmente prima di andare a scuola o all'università e se il problema non viene riconosciuto subito il giovane comincia ad assentarsi. È la prima fase dell'isolamento”. Oppure c'è la versione narcisistica di chi si sente superiore agli altri e si isola. In entrambi i casi si riscontra una difficoltà a gestire le emozioni e le difficoltà della vita, magari un rimprovero dei genitori. Così l'allontanamento comincia a crescere e dopo i sei mesi si può iniziare a parlare di Hikikomori. Avendo a che fare con una sindrome e non con un problema relazionale bisogna seguire un piano clinico specifico. 

Diverso, invece, è il caso della dipendenza da Internet, così come la definì nel 1995 lo psichiatra Ivan Goldberg (Internet Addiction Disorder), che si manifesta con la necessità di collegarsi sempre di più a Internet, con la perdita di interesse per tutte le altre attività che non sono sul web, con l'incapacità di interrompere o tenere sotto controllo l'abuso di Internet che può sfociare in sintomi depressivi, agitazione ed ansia. In generale, esiste un problema di dipendenza quando il comportamento della persona influenza la propria salute fisica e mentale, danneggia le relazioni interpersonali, interferisce con il lavoro e causa instabilità economica. 

 

Lo spettro della “Blue Whale” nella vicenda del 15enne 

 

Altro fenomeno che ha per diverso tempo collegato il mondo della Rete a disturbi psicologici, sfociato quasi sempre in suicidi misteriosi, è quello della “Blue Whale”, ovvero la “Balena Blu”. In Italia le prime notizie sono apparse nel 2017, mentre l'ultimo episodio registrato in Italia con questa definizione risale all'agosto 2018 quando a Latiano, in provincia di Brindisi, una ragazza originaria di Gorizia venne trovata in stato confusionale con dei tagli sul braccio sinistro. 

Le “prove” di questo gioco perverso consisterebbero nel mettere in pratica 50 precetti di natura autolesionistica, uno al giorno, sempre più articolati in un crescendo fino al suicidio che rappresenta l'ultima “regola”. Al cosiddetto “curatore” o “tutor” devono essere giornalmente fornite le prove che confermano l'esecuzione delle regole e che consistono in video, foto e testimonianze sui social network. 

In realtà questa “challenge”, questa sfida, sembra non essere mai esistita: l'ultima a rivelarlo è stata la BBC secondo cui si tratterebbe soltanto di una leggenda urbana pompata dai mass media. A distanza di oltre quattro anni dal "primo caso" non esiste, infatti, alcuna traccia o prova che sia mai realmente esistito un gioco della balena azzurra. 

 

Alessio Quarta 



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