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Il popolo del mare

[29/06/2018] IN COPERTINA

Il popolo del mare

Arpa Puglia, Bandiere Blu d’Europa e Cinque Vele di Legambiente hanno certificato il buono stato di salute dei mari del Salento, sempre più frequentati da tartarughe Caretta caretta, delfini, verdesche e -dallo scorso anno- anche dalla foca monaca. Ma i pericoli per la fauna non mancano: cementificazione e pesca selvaggia, lidi balneari sempre più diffusi e, soprattutto, l’utilizzo dell’airgun per la ricerca di petrolio nei fondali al largo di Santa Maria di Leuca

 

Anche quest'anno il Salento si candida a diventare una delle mete preferite dei vacanzieri provenienti da ogni angolo d'Europa e d'Italia. Merito d'uno specchio d'acqua che sia sull'Adriatico, sia sullo Ionio conquista proprio tutti con le sue sorgenti cristalline, le coste, quelle sopravvissute alla barbarie degli abusi edilizi, che regalano panorami mozzafiato e le spiagge da cui ammirare il sole che al tramonto fa la sua staffetta con la luna. Lo certifica, innanzitutto, l'ARPA Puglia, Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell'Ambiente, che nel bollettino di maggio segnala con una serie di bandierine blu l'area di balneazione dei mari pugliesi, prendendo come riferimento due parametri microbiologici: Escherichia coli ed Enterococchi intestinali. Tutti valori vicini o uguali a zero che rendono il mare di Puglia sicuro e in buono stato di salute.

Alla certificazione scientifica di Arpa Puglia, da aprile a settembre si aggiungono due altri riconoscimenti importanti a livello nazionale, come quello delle Bandiere Blu, assegnate dalla Fondazione per l'educazione ambientale, e quello delle Cinque Vele promosse da Legambiente. Nel primo caso, la provincia di Lecce festeggia quattro località: il comprensorio di Melendugno- Roca, che abbraccia anche San Foca Nord/Centro/Torre Specchia, Torre Sant’Andrea, Torre dell’Orso; Otranto con gli Alimini, la Baia dei Turchi, Santo Stefano, Castellana/Porto Craulo, Madonna dell’Altomare/Idro e Porto Badisco; Castro con La Sorgente e la Zinzulusa; Salve/Marina di Pescoluse con Posto Vecchio e Torre Pali.  

Per quel che riguarda, invece, le Cinque Vele di Legambiente sono “solo” due in tutta la Puglia i tratti di mare premiati: quello della Costa del Parco Agrario degli Ulivi secolari, che comprende Polignano a Mare, Fasano, Monopoli, Ostuni e Carovigno e l'Alto Salento Adriatico, in cui ricadono i Comuni di Otranto e Melendugno. 

Ma a testimonianza del fatto che le acque pugliesi godano di buona, in alcuni casi ottima, salute sarebbe sufficiente la fotografia che scatta la natura con cadenza regolare, con la presenza sempre più numerosa di cetacei nei nostri mari, delle tartarughe Caretta caretta che, a causa del riscaldamento globale, trovano conforto frequentemente nei pressi delle nostre coste. E poi i delfini, con l'ultima danza suggestiva fotografata al largo di Porto Cesareo non più di quattro mesi fa, gli squali verdesca -innocui per l'uomo- e addirittura la foca monaca, ricomparsa lo scorso a Marina Serra. 

 

Tartarughe marine di casa nel Salento 

 

Nei giorni scorsi a Torre Chianca è stato scoperto un nido di tartaruga Caretta caretta: subito sono stati contattati il Comune di Lecce e il Centro Recupero Tartarughe Marine di Torre Guaceto, cui si è affiancato sin dalle prime ore il CRTM del Museo di Storia Naturale di Calimera che opera sul territorio salentino dal 1982, crescendo in specializzazioni e in riconoscimenti. “Tutto è partito nel 2006 a Torre dell'Orso, sul lido della Baia d'Oriente dove una tartaruga depose 46 uova e seguimmo la situazione per tutta l'estate -raccontano dal Museo di Calimera-. Ogni anno ci sono sempre state tartarughe che hanno deposto le uova sia sull'Adriatico che sullo Ionio. Noi conosciamo appena il 10% dei nidi perché la deposizione avviene di notte o all'alba e le tracce del passaggio della tartaruga vengono cancellate dal moto ondoso o dall'innalzamento della marea”.

I problemi principali legati alla sopravvivenza dei piccoli di tartarughe Caretta caretta sono relativi alle spiagge, fra erosione, cementificazione abusiva, colonizzazione selvaggia di lidi privati che usano mezzi meccanici per spianare la sabbia, andando a distruggere i nidi; per non parlare degli inconvenienti legati alla pesca, con molti esemplari adulti di tartaruga infilzati dagli ami o finiti nelle reti dei pescatori e da lì portate per le cure necessarie al Museo di Calimera. 

“Tutto ciò sta sconvolgendo il nostro ambiente. L'esempio lampante è quello del 2012 di Torre Sant'Andrea sullo scivolo dove scendono le barche. In quel caso l'obbligo è stato quello di spostare il nido perché era in acqua e lo abbiamo fatto subito appena dopo deposte le uova, nell'arco temporale di massimo 36 ore, portando le uova nella zona di Torre Specchia e tutto andò a buon fine sino alla nascita di nuovi esemplari”. 

Ipotesi che si potrebbe valutare, nonostante siano passati già diversi giorni, anche nel caso di specie a Torre Chianca, dove le uova sono collocate a 5 metri dalla linea di onda. La zona comunque è stata da subito transennata, interdetta al passaggio e viene costantemente vigilata dai volontari dell'associazione “Marina di Torre Chianca”. “Se c'è la possibilità su 100 uova di salvarne una lo spostamento è da fare. Se vogliamo vederlo dal punto di vista biologico bisogna seguire la natura con la tartaruga che ha sbagliato a nidificare in quel posto, ma quell'errore nasce perché nel corso degli anni lì è intervenuta la mano dell'uomo a modificare il contesto”. 

 
Alessio Quarta 


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