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Il ˜furticiddu de la vecchia˜ a Giuggianello: il cuore spirituale del Mesolitico salentino

[28/08/2009] CULTURA

Il ˜furticiddu de la vecchia˜ a Giuggianello: il cuore spirituale del Mesolitico salentino

Lungo la strada provinciale Maglie-Santa Cesarea Terme, tra Giuggianello e Poggiardo, domina la pianura una serra boscosa, i “Santi Stefani” sui cui frondosi declivi è custodito tra oliveti secolari ed il verdeggiare magico della macchia mediterranea, il cuore spirituale del Salento, quel vero e proprio Santuario mediterraneo della Dea Madre costituito dalla Grotta di San Giovanni e dal “furticiddhu della vecchia” (nella foto), il ventre ed il “corpo mistico” di quella divinità femminile a cui le popolazioni dell’arcaico Salento tributavano onore e venerazione.
A poca distanza dell’abitato di Giuggianello si trova questo luogo mitico, in località “Duelli”, che è dominato da tre enormi monoliti sovrapposti, culminanti in una pietra “a cappello di prete”, posta in una posizione di apparentemente instabile equilibrio. Ma a sorprendere non è soltanto lo strabiliante masso, ma l’intero agglomerato megalitico, che suggerisce l’idea di un vero e proprio santuario, coi suoi altari ed i suoi luoghi “liturgici”, dove i sacerdoti e le sacerdotesse della Dea Madre celebravano principalmente riti di fertilità connessi al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, consistenti nella sottoposizione dei fanciulli in età puberale a veri e propri itinerari iniziatici, che culminavano nel rito cruento della rinascita.
Una tra le teorie più consolidate tra gli studiosi di antropologia è quella che voleva i fanciulli dormire nel ventre della madre terra per una notte, per poi rinascere cruentamente adulti all’alba del giorno successivo, in un rito che replicava i dolori ed il trauma del parto, con l’effusione della linfa sacra, del sangue, che ritornava alla terra. L’effusione del sangue avveniva o infliggendo ai ragazzi vere e proprie ferite, oppure sacrificando alla dea uno di essi, che per tutti ritornava alla natura, bagnando col proprio sangue la rinascita degli altri, i quali erano così pronti a celebrare i misteri della vita. I resti delle vittime sacrificate, fossero esse uomini o animali, venivano bruciati assieme a piante aromatiche, ed i roghi effondevano il loro sacro profumo nei luoghi circostanti. L’età del passaggio era stabilita col sopraggiungere delle regole femminili per le ragazze, mentre per i ragazzi si seguiva probabilmente il medesimo computo degli anni delle coetanee.
Le sacerdotesse della Dea, le donne anziane delle comunità, le quali erano le depositarie delle conoscenze magiche, mediche e religiose, curavano gli aspetti rituali per tutti, ragazze e ragazzi, mentre gli uomini attendevano la fine dei riti di rinascita per introdurre i nuovi membri maschi della comunità ad altri riti, quelli della caccia e della vegetazione. Le ragazze invece venivano educate dalle anziane ai misteri della vita e della maternità per poter poi partecipare a quelle festività connesse alla fertilità della terra.
È opinione ormai diffusa che il “furticiddhu della vecchia”, conosciuto anche come il “colle dei fanciulli e delle ninfe” (un evidente richiamo ai riti di iniziazione degli adolescenti) non sia stato edificato da popoli primitivi, ma che sia stato luogo di formazione naturale a cui i primitivi hanno progressivamente dato una forma, aggiungendovi scale e modellando alcune pietre per meglio rispondere alle necessità rituali.
Quanto a lungo siano durati questi riti arcani è testimoniato dal fatto significativo che al “furticiddhu”, luogo che non poteva essere cristianizzato, come è invece accaduto per molte grotte, come quella di San Giovanni, sono state attribuite caratteristiche demoniache, tanto che si deve il suo nome alla Vecchia, la strega che “sul comignolo, pronuncia filando i suoi vaticini al sorgere del sole”, traccia evidentissima della figura delle sacerdotesse della Dea Madre. La superstizione popolare più che lo zelo ecclesiastico, che preferiva cristianizzare i luoghi di venerazione delle antiche divinità, ricollegò il retaggio di questi riti antichissimi alla figura della “strega de lu Nanni Orcu”, ossia la sacerdotessa-moglie del sacerdote del signore degli animali del neolitico, sul quale essa aveva la preminenza.

Vincenzo Scarpello



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