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I Misteri e i riti della Settimana Santa in Salento

[19/04/2019] CULTURA

I Misteri e i riti della Settimana Santa in Salento

Tra processioni e Passio Christi, il nostro territorio ha sempre coltivato e coltiva tuttora una ricca tradizione di rappresentazioni sacre che nel periodo pasquale raggiunge l’apice della spettacolarità 

 

Insondabile mistero quello che lega il Salento ai riti di passaggio stagionale cristianizzati nelle processioni e nelle scansioni liturgiche della Settimana Santa. Poco vi rimane degli antichi fasti di ciò che dai piccoli centri della provincia fino ai grandi municipi veniva ripercorso da tempi immemorabili, permanendo in pochissimi casi il rispetto filologico per le tradizioni più antiche. 

Ogni singolo gesto, ogni singolo simbolo, ripercorre l’eterno in una duplice strada: quella umana, di riscatto dalle proprie mancanze, rendendosi in sé vittime provicari di sé stessi, dei propri sensi di colpa rimossi per tutto l’anno e che culminano nella raffigurazione della Morte di Dio, ucciso per riscattare l’Umanità dalla sua fragilità, dal Peccato originale, e quella divina, del Creatore dell’Universo fatto uomo in questo insignificante grumo di materia nell’infinità del Cosmo, che arriva a morire, come le antiche divinità delle civiltà agricole, Osiride, Dioniso, per risorgere, rinascere, garantire la stabilità e l’ordine del Cosmo. 

Canti notturni per avere in cambio qualche genere di conforto, i Santi Lazzari dell’area grika, come quelli di Soleto, di Collepasso, seguono i riti della Coena Domini, la lavanda dei Piedi, l’istituzione dell’Eucarestia, i riti dei Sepolcri, che portano i salentini in giro fra le Chiese, il giovedì, a visitare le tavole imbandite degli altari, nel rispettoso silenzio della sera. 

Poi le processioni notturne, suggestive, spietate e struggenti nella partecipazione del cuore dei membri delle tante Confraternite che le animano, e che spesso culminano in quella dopo la Messa “scerrata”, ossia celebrata senza consacrazione Eucaristica, le strade dei nostri paesi, che si riempiono di statue di cartapesta, di figuranti, di bimbi vestiti da piccoli Gesù, da piccole Madonne, da angeli. 

Qui si distinguono gli “stili” ce contribuiscono ad individuare la stessa cifra identitaria delle singole comunità. Quelle più semplici, come quella del Capoluogo, dove a sfilare sono le Confraternite, o quelle che più richiamano modelli del nostro retaggio spagnolesco, quella, imponente e suggestiva di Gallipoli, la cui descrizione è essa stessa poesia dell’Eterno. Altre differenti, caratterizzate da un canto proprio, accompagnato da un’orchestra di fiati, come “l’Udite Figlie” cantata a Copertino e composta dal maestro fasanese Giuseppe Danese alla fine dell’800, o lo “stillatevi in pianto” che caratterizza la suggestiva Processione magliese, composta dal Maestro Luigi Visconti e che richiama l’incipit dello Stabat Mater di Pergolesi, eseguita anche a Scorrano e Muro Leccese.

Spesso le Processioni erano precedute da torme di bambini, vestiti di stracci, i “giudei” o “guastasi”, che con trozzule ed altri strumenti in legno destavano la città per il sopraggiungere della Processione. Battevano i portoni delle case, tiravano le pietre contro quelli più fatiscenti, al fine di aprire il passo ai misteri, portati in spalla dai componenti delle Confraternite, come a Scorrano (dove avviene una suggestiva asta delle statue) o dei componenti Comitati, vestiti in smoking, come nel caso di Maglie, Poggiardo, Nardò, Casarano. 

Quasi sempre ad aprire la Processione è la cosiddetta “Croce dei Misteri”, che ricapitola i simboli della Passione del Cristo, le tenaglie, il martello, i chiodi, la scala, il gallo, i dadi dei soldati, la Tunica del Signore, seguita dalla Veronica, in Mandillion, ossia il fazzoletto dove la Tradizione vuole che Santa Veronica raccolse l’immagine di Cristo sofferente nella Via Dolorosa. 

 

Vincenzo Scarpello 



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