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Edoardo Winspeare, il regista "poeta" che incanta il mondo

[23/02/2018] SPETTACOLI

Edoardo Winspeare, il regista "poeta" che incanta il mondo

Il regista de La vita in comune si racconta in occasione dei prossimi impegni che lo vedranno protagonista 

 

Ad aprile in Austria si terrà un tributo al cinema di Edoardo Winspeare. Due settimane che, tra Linz e Vienna, vedranno il noto cineasta di Depressa protagonista con i suoi film tanto conosciuti e amati: da Pizzicata, Sangue vivo e In Grazia di Dio fino al recente La vita in comune. Lui, salentino cosmopolita (nato in Austria, cresciuto in Salento, fino ai 14 anni, e un po' all'estero), con la lente poetica del suo occhio cinematografico ha acceso i riflettori internazionali sulla realtà del nostro lembo di terra. Con i tutti i suoi chiaroscuri.  

Un omaggio importante quello che le sta tributando l'Austria.

Sono molto orgoglioso, anche se non me lo merito, non sono ancora morto [ndr. ride], il tributo si fa a Fellini! Ma c'è dietro un motivo, sono nato lì e mi sentono non tanto lontano.

Siamo a quasi sei mesi dall'uscita de La vita in comune. Dovendo fare un primo bilancio, con all'attivo il "Premio FEDIC" della 74esima Mostra del Cinema di Venezia, non potrebbe che essere positivo?

Sono contento, però cerco di essere molto onesto e devo anche dire che sì, il film è andato bene, ma meno bene in Italia di In grazia di Dio, per esempio, che invece ha avuto un ottimo riscontro. Io ho uno strano pubblico, cioè tutti si aspettano che sia molto numeroso in Puglia perché sono considerato un regista che fa film regionalistici, anche se non penso sia così. Invece vado molto meglio a Bergamo o Verona che non a Brindisi o Taranto, con l'eccezione di Lecce città e di Tricase. 

A cosa lo imputa? 

Al fatto che qui si è persa la cultura del cinema. Sarebbe importante già nelle scuole avvicinare i ragazzi allo studio del cinema, del teatro con corsi di recitazione, come nei Paesi anglosassoni. 

Il film sta andando forte all'estero. Ho saputo che ha conquistato anche la Cina.

Sì, è stato acquistato in Cina da una specie di Netflix. Stiamo avendo delle grandissime soddisfazioni. Il film è stato venduto, tra gli altri Paesi, anche in Francia e ne sono molto felice perché per noi cineasti è un Paese che vale quanto tutto il mondo, in Brasile e in Polonia.

Quali difficoltà incontra sul mercato straniero con film made in Salento?

Pur avendo fortuna all'estero mi ritrovo a scontrarmi con particolari meccanismi, cioè a volte dall'Italia ci si aspetta la solita Italia, non la novità. La mia magari non è una gran novità, però sicuramente lo è perché gli attori sono del posto, parlano la lingua del posto, non c'è l'Italia tipica dell'immaginario collettivo, non ci sono le Vespe, non ci sono tanti playboy moraccioni, ecc. 

Quindi il Salento appare al resto del mondo come una terra non facilmente catalogabile?

Sicuramente l'aspetto interessante è che pur essendo Italia e anche qualcos'altro, è un po' Grecia, un po' Oriente. Il Salento ora è di gran moda. È un Salento elitario, ci sono molti stranieri che hanno case qui, ma c'è anche un Salento interno meno conosciuto, più autentico, con tanti problemi: si sta spopolando, c'è la disoccupazione, si è perso il manifatturiero, non c'è più l'agricoltura. 

Se potesse, nel cuore di chi vorrebbe far arrivare i suoi film? 

Dei giovani, soprattutto in Italia dove ho un pubblico di anziani. Sono spesso nelle scuole per presentazioni e mi sono accorto che i giovani non vanno più al cinema o se lo fanno è per vedere commedie e film americani perché pensano che tutto il resto sia noioso. Io non faccio film per un'élite, ma faccio film in cui si parla di amore, passione, invidia, drammi, vicende emozionanti che possono coinvolgere qualunque fascia di popolazione.

Crede che oggi, nonostante le distanze siano state azzerate dai social network, nel mondo ci sia più bisogno di arte? 

Penso che ci sia sempre bisogno di arte, soprattutto di arte "in comune". La differenza tra la televisione e il cinema, per esempio, è che se condividi un'emozione con altri il coinvolgimento è moltiplicato per cento. Lo stesso vale per il teatro, per la musica, per le mostre. L'arte è uno strumento di sviluppo delle emozioni, ma anche di conoscenza che veramente ci avvicina tutti. Noi cineasti vediamo di continuo film iraniani, sudamericani, cinesi e vedere che loro, con forme diverse, amano e odiano fa capire che siamo tutti della stessa razza umana. Siamo tutti fratelli umani. 

 

Claudia Mangione 



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