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Due mesi per arrivare in Italia dall'Afghanistan: l'odissea di Azim

[25/10/2019] IN COPERTINA

Due mesi per arrivare in Italia dall'Afghanistan: l'odissea di Azim

Giunto sulle nostre coste nel 2012 e riconosciuto meritevole di asilo politico, oggi vive e lavora in Salento. Questa è la storia del suo viaggio attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia alla ricerca di un futuro migliore

 

C'è la fuga e c'è la speranza, c'è la paura e c'è il desiderio.  È un'altalena di emozioni, quella su cui dondola il cuore di chi ricorda le traversate fatte per avere un po' di serenità. Le dita si intrecciano nel racconto, la fronte suda, gli occhi si imperlano di nostalgia. 

È il dicembre del 2012. Azim è un giovane ragazzo afgano. 22 anni, una laurea in Economia da prendere e Kabul che diventa troppo pericolosa per chi ha ancora tutta la vita davanti. Così raccoglie i soldi, tanti, e scappa. “Ho fatto prima un pass regolare per l'Iran, poi da lì sono andato in Turchia e in Grecia, quindi sono salito su un barcone direzione Italia. Il viaggio complessivo è durato all'incirca due mesi e qualcosa, prima di approdare a dicembre 2012 qui. Sono stato anche fortunato in tutto questo tragitto, perché in Grecia sono stato molto poco rispetto ad altri migranti. Stavo in un posto scelto dai trafficanti che avevano le loro conoscenze in loco, non sono passato dai centri di accoglienza. Lì ti trattenevano a seconda della cifra che avevi speso per il viaggio. Io avevo speso molti soldi e, per fortuna, sono rimasto poco in Grecia, prima di salire su una barca che mi ha portato in Italia”. 

E come quasi sempre accade per i migranti che arrivano da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iran o Iraq l'obiettivo finale non è quello di rimanere nel nostro Paese. Accade lo stesso per il giovane Azim che ha in testa di partire dritto dritto per la Svezia. Non ha parenti in Europa, viaggia completamente da solo: unico supporto è la conoscenza delle lingue. Grazie ai suoi studi in Economia conosce l'inglese, e poi l'indiano, l'iraniano e ovviamente le due lingue afgane. 

Spera di poter far leva su questo know how per muoversi senza problemi nel mondo occidentale, ma non è affatto semplice: “In Svezia sono stato 8 mesi ed effettivamente l'inglese mi è servito perché per loro è la seconda lingua, lo parlano benissimo. Qua, invece, comunicare in inglese è praticamente impossibile -spiega Azim, mentre le dita si intersecano nervosamente-. Avendo preso le impronte e proceduto all'identificazione in Italia, dopo l'esperienza svedese sono tornato qui. Grazie a vari progetti SPRAR a cui ho partecipato, ho imparato la lingua, ho conosciuto le leggi italiane e le abitudini della popolazione. Sono cose che, purtroppo, chi parte non conosce. Pensa solo a lasciare l'inferno alle proprie spalle, convinto che nel mondo occidentale tutto sarà fantastico, invece così non è. Molte cose non ci vengono dette e le scopriamo sul posto. Io, ad esempio, non sapevo nulla dei progetti SPRAR che mi hanno aiutato a integrarmi nel contesto in cui abitavo. E così accade per moltissimi migranti che arrivano in Italia o comunque in Europa senza le informazioni necessarie: chi ha un parente può avere un quadro un po' più chiaro su come muoversi, come fare il permesso di soggiorno. Ma chi, come me, parte completamente da solo arriva qui ed è all'oscuro di tutto. Ho fatto un progetto SPRAR con la Cooperativa Rinascita, andavo a scuola la mattina e poi il pomeriggio a Leverano, presso l'associazione ‘Mujmunè’, facevo corsi gratuiti di lingua italiana. Devo dire che ho incontrato persone davvero fantastiche come Francesco o Alice, le porto sempre con me nel cuore. Nel frattempo -continua Azim- ho cominciato a lavorare: all'inizio facevo il lavapiatti in un ristorante a Porto Cesareo, poi una sera l'aiutante del pizzaiolo si è fatto male e mi hanno proposto di prendere il suo posto. In Afghanistan e Pakistan noi lavoriamo in maniera similare una pasta che assomiglia alla piadina. Quando mi hanno visto che facevo buone pizze mi hanno assunto come pizzaiolo e ora faccio la stagione in quel ristorante. Sono riuscito a prendere la patente per potermi muovere tranquillamente e ora, grazie al progetto F.A.R.I., finanziato per il Fondo PON Legalità 2014-2020, con soggetto capofila l’Asl di Taranto, in partenariato con le Asl di Brindisi e Lecce e con l’associazione ‘Camera a Sud’, sto facendo il mediatore linguistico e culturale in Ospedale qui a Lecce. Per me è bellissimo poter aiutare le persone anche se poi sono in ospedale per una sofferenza fisica, ma almeno hanno qualcuno che li capisce, che può fare da tramite”. 

Azim oggi ha 29 anni e alle spalle un'integrazione difficile, ma comunque positiva. È stato riconosciuto meritevole di asilo politico, anche se teme ancora per la propria vita, essendo fuggito dall'Afghanistan, ma qui ha trovato il posto in cui stare: “Qui mi trovo molto bene, il clima si assomiglia molto a quello della mia terra e poi ho legato molto con i salentini”.

 

Accoglienza e protezione umanitaria, cosa cambia con il Decreto Sicurezza

 

Dopo la prima accoglienza fornita da Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Croce Rossa Italiana, Polizia di Stato e Carabinieri, i migranti vengono portati al Centro di prima accoglienza per l'identificazione. In Salento il punto di riferimento è il “Don Tonino Bello” di Otranto dove vengono formalizzate tutte le richieste a seconda dei diversi casi che gli operatori si trovano di fronte. Il decreto legge n. 113/2018 (cosiddetto “Decreto sicurezza” o “Decreto Salvini”) ha inciso sulla disciplina nazionale della protezione per motivi umanitari (art. 5, comma 6, Testo unico sull'immigrazione), sopprimendola come istituto generale e mantenendone singole categorie "tipizzate per legge" quale protezione "speciale" riconducibile a movente umanitario. La revisione dei servizi di accoglienza è proseguita con alcune disposizioni contenute nel Decreto Sicurezza che riservano i servizi di accoglienza integrata sul territorio (c.d. seconda accoglienza), predisposti dagli enti locali e finanziati con il Fondo nazionale per le politiche ed i servizi dell'asilo (c.d. Fondo SPRAR) solo ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati.

“Rispetto al passato, quando si poteva fare un percorso di accoglienza più strutturato e organico -ci spiega Anna Caputo, presidente di Arci Lecce-, oggi ci arrivano persone che sono state inserite in un percorso di accoglienza già da due, tre anni con una predisposizione negativa rispetto a tutto quello che è il sistema dell'accoglienza. In sei mesi, prorogabili a seconda dei casi, che siano famiglie o minori, si fanno i corsi di alfabetizzazione, un corso per il conseguimento almeno del livello A2 della lingua italiana, corsi di formazione, tirocini formativi e inserimento esterno nel mondo del lavoro. Le persone devono essere assolutamente integrate socialmente ed economicamente, altrimenti tutto diventa un problema”. 

Situazione che diventa più gravosa quando gli operatori si trovano davanti a uomini e donne reduci da violenze inenarrabili come quelle che subiscono nei campi di detenzione: “In quei casi c'è la necessità anche di un supporto psicologico importante perché certe violenze non si dimenticano in poco tempo”. Con i progetti SIPROIMI (ex SPRAR) non si possono gestire i migranti che arrivano in Salento con gli sbarchi spontanei: “Il decreto Salvini da qualche mese ce lo impedisce. Prima determinate provenienze geografiche tipo la Siria, Aghanistan e Iraq venivano inserite subito nel sistema SPRAR per giusta causa; ora, invece, questo accade solo per i minori non accompagnati”.

 

Alessio Quarta 



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