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Dal Salento ai 5 Stelle: "Dimettetevi!"

[02/11/2018] IN COPERTINA

Dal Salento ai 5 Stelle: "Dimettetevi!"

Tessere elettorali e bandiere bruciate in piazza hanno sancito il divorzio tra i No Tap e i parlamentari grillini, che in campagna elettorale hanno raccolto consensi promettendo lo stop dell’opera. E la ministra Lezzi in un video su Facebook accusa la giornalista Tiziana Colluto

 

La decisione del Governo in carica di dare il via libera definitivo alla Tap ha a dir poco surriscaldato gli animi delle popolazioni locali. A finire sotto accusa, in particolar modo, il dietrofront del Movimento 5 Stelle che ha sposato la causa del no al gasdotto, ergendolo a uno dei baluardi, insieme al reddito di cittadinanza, della campagna elettorale delle passate elezioni politiche, salvo poi non fare nulla per impedirne di fatto la realizzazione. 

Video su Facebook, dichiarazioni durante i comizi, ogni singola parola viene oggi passata al setaccio per sottolineare la discrepanza enorme tra quanto affermavano in tempi non troppo lontani Alessandro Di Battista (“Una volta al Governo fermeremo Tap in 15 giorni”) e Barbara Lezzi. Nulla di tutto ciò è, però, avvenuto e gli attivisti del Comitato No Tap si sono sentiti letteralmente traditi da una forza politica che consideravano l'ultima speranza per poter bloccare la realizzazione del gasdotto sulle rive di San Foca di Melendugno. E così nelle ore immediatamente successive all'annuncio arrivato dal Governo si sono radunati a San Foca, strappando tessere elettorali, bruciando bandiere 5 Stelle e i volantini di tutti i candidati pentastellati che sono passati da Melendugno per raccogliere consensi, venendo tra l'altro premiati dalle urne con risultati quasi plebiscitari come attesta il 62.92% con cui Maria Soave Alemanno stracciò la concorrenza.

“Se non siete in grado di fermare un’opera perché illegale e non ha nulla di strategico e perché ve lo ha chiesto la popolazione che vi ha eletto, dimettetevi -ha tuonato sin da subito Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato No Tap-. Nonostante la consegna agli organi di governo di tutta la documentazione raccolta negli ultimi mesi contestualmente alla presentazione dei dossier che provano inconfutabilmente l’illegittimità politica e giuridica del progetto TAP, apprendiamo che l’esecutivo in carica continua a dichiarare pubblicamente l’esistenza di costi e penali per bloccare la realizzazione del gasdotto tenendo nascosti i documenti che confermerebbero questo. Ma nasconderli per quale motivo?”. Accuse a cui, nelle ultime ore e rompendo il silenzio dei primi giorni, hanno risposto i diversi parlamentari salentini chiamati in causa che ad una precisa richiesta di dimissioni hanno risposto “No, grazie”. “Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente -risponde in un video su Facebook la ministra Barbara Lezzi, in cui tra l'altro accusa pesantemente per un articolo comparso su Il Fatto Quotidiano la collega giornalista Tiziana Colluto, a cui va la nostra solidarietà-. Oggi abbiamo le mani legate, c’è un costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese e per senso di responsabilità non possiamo permettercelo”.

La sensazione è che qualcosa col territorio si sia sfaldato e le prossime elezioni europee potrebbero essere un primo banco di prova. Intanto, il Comitato No Tap promette che la mobilitazione contro i lavori per la realizzazione del gasdotto nella Masseria del Capitano e in tutte le giudiziarie.

 

Il gasdotto che piace tanto a Trump 

 

Il Tap è un'opera strategica -non per i salentini di sicuro- per i Governi italiani e non solo per loro. A guardarla col mappamondo in mano, in una sorta di Risiko spiegazzato, la questione dell'approdo del gasdotto a San Foca è “solo” una pedina, piuttosto scottante, di una partita a scacchi di geopolitica mondiale che nessuno vuole perdere. E soprattutto il presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump è quello maggiormente interessato al fatto che Tap vada in porto in Italia per una serie di motivi che sono stati ribaditi nel corso degli incontri dell'estate e delle ultime settimane con il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte.

Con questa opera gli Usa tolgono alla Russia quella sorta di monopolio energetico sull'Europa. L'Azerbaigian, Paese da cui dovrebbe arrivare a costi contenuti il gas con approdo finale a San Foca, non è uno Stato qualsiasi. È uno dei pochi dell'area ex sovietica ad intrattenere ottimi rapporti con il governo statunitense e, cosa di non poco conto, confina con l'Iran, obiettivo sempre sensibile dei radar della politica estera americana. L'approdo del gasdotto in Italia, inoltre, sarebbe una valida alternativa al gas che giunge nell'Unione Europea dalla Germania, altra nazione con cui Donald Trump è entrato in attrito durante la sua presidenza. 

Da qui le carezze pubbliche nel confronto del Governo italiano, più volte lodato anche per l'intransigenza nei confronti dell'immigrazione. E secondo alcuni opinionisti, non sarebbero nemmeno casuali le stime positive di due entità di spicco dell'establishment conservatore, il Wall Street Journal e l'agenzia Bloomberg, sulla manovra di bilancio presentata dai gialloverdi, come sospetto è il parere di Standard&Poor's che ha mantenuto invariato il rating dell'Italia aggiungendo un outlook negativo (ossia una previsione negativa per il futuro) nonostante i tanti parametri preoccupanti per la stabilità economica che sono segnalati all'interno della relazione. 

Forse dietrologia, forse no. Fatto sta che gli interessi in ballo sono tanti e di portata miliardaria. Il gasdotto permetterebbe di diversificare le fonti di approvvigionamento dell’Europa e di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, che oggi oscilla tra il 50% e il 75% per un’economia importante come la Germania e tra il 25% e il 50% per l’Italia (dati Business Insider). Ma chi paventa che il blocco di Tap possa dispiacere alla Russia di Putin potrebbe rimanere sorpreso in maniera spiacevole: l'accesso all'imbocco orientale del gas andrà al miglior offerente e non è detto che non possa essere il colosso russo Gazprom ad avere la meglio.

 

Alessio Quarta 



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