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Chiuso per forza maggiore

[24/01/2020] PRIMO PIANO

Chiuso per forza maggiore

Il 17 gennaio scorso su deliberazione del Consiglio dei Ministri il Comune di Scorrano è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. L’ex sindaco Guido Stefanelli, indagato per concorso esterno in associazione criminale, si proclama innocente 

 

La notizia era nell'aria già pochi istanti dopo l'operazione “Tornado”, lo scorso mese di giugno, che aveva letteralmente sconquassato il Comune di Scorrano che ora, a distanza di poco più di 6 mesi, è stato sciolto per mafia. In quelle ore movimentate che si affacciavano sull'estate furono emanati 27 provvedimenti cautelari, tra arresti in carcere e domiciliari, e 10 indagati al termine di una complessa attività di indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Lecce e condotta dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Maglie, dai militari del Comando Provinciale di Lecce con la collaborazione dei colleghi della Compagnia di Treviglio, in provincia di Bergamo. 

Tra i nomi eccellenti figurava anche quello del sindaco di Scorrano, Guido Stefanelli, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex primo cittadino veniva ritenuto vicino al capoclan Giuseppe Amato, detto “il padreterno”, e a suo figlio Francesco. Stefanelli è accusato di aver chiesto sostegno elettorale agli esponenti del clan in cambio di appalti e servizi pubblici, in particolare per la gestione del parco comunale “La Favorita” e del chiosco bar all'interno, in qualche modo promessi al clan malavitoso.

Questa è l'accusa grave rivolta all'ormai ex sindaco che ha spiegato le sue ragioni ai magistrati, cercando di dimostrare la propria estraneità ai fatti. “Ho la morte nel cuore, mi hanno bruciato politicamente e tutto questo fa ancora più rabbia perché io, con le mie iniziative, la criminalità e i clan li combatto da sempre. E ora, proprio a me, danno nel mafioso”, ha raccontato ai media un affranto Stefanelli. 

Tuttavia, i capi d'accusa sono dei più pesanti e raccontano di commistioni ambigue con il gruppo malavitoso, così come rilevato da una serie di intercettazioni in cui i componenti del clan riferiscono di possibili accordi con l’Amministrazione comunale per la gestione del parco o per i parcheggi a pagamento, narrano di un primo cittadino minacciato di morte per un appalto in ritardo ma che non viene denunciato ai carabinieri per arrivare all'episodio clou e forse metaforicamente più appariscente: il bacio con il presunto boss alla festa patronale di Santa Domenica.

La relazione della prefetta Maria Teresa Cucinotta è stata formulata sulla base degli accertamenti dei commissari prefettizi che hanno passato ai raggi X le procedure di evidenza pubblica, bandi, gare e aggiudicazioni di appalti, incarichi e spese. Come naturale conseguenza il Consiglio dei Ministri dello scorso 17 gennaio non ha potuto fare altro che determinare lo scioglimento dell’Amministrazione comunale. 

 

In Salento cinque Comuni sciolti per mafia in cinque anni. E nel resto d’Italia non va meglio 

 

Sei Comuni in provincia di Lecce sono stati sciolti per mafia dal 1991 ad oggi, ben cinque praticamente nell'ultimo lustro: oltre a Scorrano si tratta di Carmiano, Parabita, Surbo e Sogliano Cavour. Un triste primato in tutta la Puglia che descrive un quadro a dir poco allarmante: la mafia, o meglio la Sacra Corona Unita per usare la terminologia più corretta, è entrata in prima persona nella vita politica dei paesi, condizionandone fortemente l'azione amministrativa e, purtroppo, in molti casi decidendola. 

La politica, quella tradizionalmente intesa, si è lasciata ammaliare dai consensi elettorali facili, finendo per prostituire la sua funzione pubblica davanti agli interessi privati e violenti dei clan malavitosi. È successo in Puglia, accade purtroppo in Salento, ma è tutto il territorio nazionale a subire l'onta di questo oltraggio che forse non viene nemmeno percepito dalla popolazione in tutta la sua tragicità. Perde valore il voto, perde valore la strategia governativa di una squadra amministrativa, perde valore e dignità una comunità che non fa il necessario per creare gli anticorpi utili a impedire simili infiltrazioni malate, anzi in certi casi li favorisce con il tacito assenso.

I numeri in tutta Italia sono a dir poco spaventosi: i decreti di scioglimento dal 1991 (data di entrata in vigore dello strumento) a oggi sono stati 328, di cui 26 annullati dai giudici amministrativi, e sono addirittura 62 le amministrazioni che sono cadute più volte sotto la lente di ingrandimento del decreto. Sostanzialmente, una media di undici Comuni all'anno fatti saltare in aria da connivenze con gruppi criminali. La geografia del fenomeno riflette quello che è lo stereotipo più ricorrente: 115 casi in Calabria (66 solo nei dintorni di Reggio Calabria), 108 in Campania, 79 in Sicilia, 16 in Puglia e 11 nel resto delle Regioni, dove la mafia esiste lo stesso, ma viene oscurata dal buon funzionamento di servizi e annessi. 

Per arrivare allo scioglimento non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente oppure che possano essere disposte misure di prevenzione, è sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Ci sono Comuni calabresi in cui non si vota da anni, altri che dal Dopoguerra in poi hanno visto più commissari che sindaci. E tutto questo spesso avviene nel silenzio più totale, quando invece servirebbe un grido senza sosta di ribellione al fenomeno.

 

Alessio Quarta 



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