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C'era una volta un orco

[24/01/2020] PRIMO PIANO

C'era una volta un orco

Parte da Copertino l’inchiesta che ha portato all’arresto di un 41enne di Palermo che, sui social, adescava ragazzine dai 9 ai 12 anni in tutta Italia. Fondamentale la denuncia dei genitori di una delle due vittime salentine 

 

La Rete, è stato ripetuto più volte, porta con sé pregi e rischi. Un fenomeno disgustoso, e purtroppo alquanto diffuso, è quello della pedopornografia. Un caso recente parte proprio dal Salento dove le indagini, durate quasi due anni, della Tenenza dei Carabinieri di Copertino hanno finito per incastrare un tecnico informatico di 41 anni di Palermo. I fatti si riferiscono al periodo compreso tra marzo 2018 e aprile 2019, quando l'uomo attraverso vari profili falsi su Facebook adescava ragazzine dai 9 ai 12 anni in tutta Italia. Foto del profilo di bell'aspetto e via al raggiro. Sotto la minaccia di avvisare i genitori delle minori di aver fatto amicizia con una persona sconosciuta chiedeva ed otteneva, fondamentalmente sotto ricatto, immagini e video in pose osé. 

L'indagine è partita dal Salento (proprio da Copertino) dopo la denuncia dei genitori di una delle due vittime salentine, una ragazzina di 12 anni. L'inchiesta, coordinata dal pm del Tribunale di Lecce Luigi Mastroniani, ha portato a tre perquisizioni domiciliari nel capoluogo siciliano, con il sequestro di consistente materiale informatico pedopornografico. Il fermato si trova ora nel carcere Pagliarelli di Palermo, accusato dei reati di estorsione e pornografia minorile per aver adescato, tramite Facebook, su tutto il territorio nazionale oltre 20 bambine tra i 9 e i 12 anni. Ma in realtà nei files contenuti nei suoi pc ci sarebbe materiale in arrivo da centinaia di minori, ben quattro delle quali giungerebbero proprio dal Salento.

I numeri del fenomeno sono assolutamente spaventosi e perciò da tenere molto in considerazione: ad aprile 2019, stando a quanto reso noto dalla onlus Meter, che da 30 anni si occupa di pedofilia, erano già 5 milioni e 826.458 le foto a sfondo pedopornografico e 102.630 i video pedopornografici presenti tra web classico così come lo conosciamo e il deepweb. Tutti contenuti che sono stati immediatamente segnalati a diverse Polizie, italiane e estere, e a numerosi Server Provider, anche se questi ultimi sono tendenzialmente poco collaborativi nel fornire dati sui responsabili di certi crimini. Un contesto sconvolgente che merita una riflessione profonda sui limiti della società moderna in cui ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte.

 

Alessio Quarta 

 

 

 

Grooming, sexting e revenge porn: la perversione è sempre online

 

Grooming (adescamento sessuale), sexting (scambio di foto o video dal contenuto sessuale più o meno esplicito, tramite social network e/o chat), revenge porn (vendetta o ricatto sessuale) e l’elenco potrebbe aggiornarsi con una frequenza tanto allarmante da non riuscire a tenere il passo. Sono le insidie sessuali in Rete, di cui sono vittime soprattutto ragazzi e ragazze, minori d’età. 

Secondo i dati di Telefono Azzurro (Dossier abuso sessuale e pedofilia, 2019) riguardanti l'abuso sessuale, l'adescamento e la pedopornografia online costituiscono rispettivamente il 7,9% ed il 5,4% delle richieste di aiuto pervenute nel 2018. Nell’ambito della pedopornografia online, nel 2018, sono state registrate 532 denunce e 43 arresti. Si conferma la rilevanza del fenomeno dell’adescamento di minori online che ha registrato 437 casi trattati che hanno portato alla denuncia di 158 soggetti, all’arresto di 19. I dati raccontano molto e tuttavia sono una narrazione parziale del fenomeno se estrapolati dal contesto di una riflessione più ampia e compiuta. 

Consideriamo ad esempio il revenge porn, uno dei fenomeni più diffusi nell’ambito della pornografia non consensuale, che riguarda principalmente ragazzi e ragazze in giovane età, vittime della diffusione digitale di immagini di carattere sessuale, riprese in maniera volontaria o involontaria e utilizzate a scopo ricattatorio o per vendetta personale o di gruppo. Un recentissimo studio statunitense (American Psicological Association, 2019) rileva come le persone colpite siano quasi uno su 10, con percentuali ancora più elevate nel caso dei minori. Merita un allarmante riguardo un dato ulteriore: il 51% delle vittime contempla la possibilità del suicidio, questa volta però non si tratta di un suicidio figurativo da replicanti, frutto delle fantasie del cyberspazio, ma di quello vero, spesso immaginato o progettato secondo il più “classico” dei metodi. 

Quindi un allarme che non riguarda “solo” la “reputazione” dell’identità digitale di ragazzi e ragazze ma che incide irreversibilmente su quella reale, fino al suo totale annientamento. Inconsistenza dei legami primari, fragilità delle relazioni, “liquidità” emotiva e affettiva, sono le tracce di base su cui si innestano poi i pericoli di una generazione iperconnessa eppure così fragile, così esposta, così tragicamente sprovvista degli strumenti di base per porre un argine alle insidie della Rete. 

Da dove partire per costruire assieme ai nostri ragazzi l’argine della difesa del nucleo più vitale dell’identità? Molto si sta già facendo: le scuole, ad esempio, dedicano progetti ad hoc, anche con il concorso delle forze dell’ordine, rivolti agli studenti già nella scuola primaria e agli educatori perché sappiano identificare eventuali segnali di disagio e riescano a supportare adeguatamente, con soluzioni concrete, ragazzi e familiari. Non basta: occorre ritornare nel perimetro primario in cui, con la fatica del quotidiano, adulti e ragazzi, genitori e figli, cementano l’argine nella relazione. Occorre riappropriarsi del luogo e del tempo della cura, dell’accudimento che non è vigilanza, né controllo fine a sé stessi, è permanenza nella relazione. E per questo occorre l’audacia della sfida: riappropriarsi della dimensione del tempo, non nel “mordi e fuggi” di chi relega la funzione educativa e la relazione educante ai ritagli del tempo. Un’inversione culturale che è molto di più di una norma per sanzionare i colpevoli e individuare le responsabilità, è il tentativo di contribuire, in maniera responsabile e impegnata, alla costruzione di menti aperte, critiche, capaci di difendersi da queste e altre minacce e determinarsi nel mondo. 

 

Serenella Pascali 



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