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Anatre, falchi e colombe

[23/02/2018] IN COPERTINA

Anatre, falchi e colombe

La sentenza del Consiglio di Stato ha confermato il caso di "anatra zoppa" per il Comune di Lecce. Carlo Salvemini non si dimette e la "patata bollente" passa ora in mano proprio al centrodestra, i cui consiglieri dovrebbero dimettersi in gruppo entro il 24 febbraio per consentire nuove elezioni quest'anno. Le alternative? Il commissariamento della città fino al 2019 o un governo a larghe intese  

 

Tanto tuonò che piovve. È arrivata nella mattinata di lunedì 19 febbraio la tanto attesa sentenza del Consiglio di Stato sul risultato delle elezioni leccesi dello scorso mese di giugno, che vide prefigurarsi la cosiddetta "anatra zoppa", cioè maggioranza dei consiglieri comunali di una fazione e sindaco eletto nelle fila della fazione opposta. Per i giudici di Palazzo Spada, così come già avvenuto in precedenza per gli omologhi del Tar, prevale il principio di rappresentatività rispetto a quello di governabilità. Vale a dire il premio di maggioranza in Consiglio comunale va quindi al centrodestra, dal momento che al primo turno le liste che appoggiavano la candidatura di Mauro Giliberti ottennero la maggioranza dei seggi (50,656%), salvo poi veder trionfare Carlo Salvemini nel ballottaggio con il 54,8% dei consensi, grazie anche all'accordo con Alessandro Delli Noci

La commissione elettorale, presieduta da Alcide Maritati, nelle settimane successive alla tornata elettorale optò per riconoscere il premio di maggioranza del 60% al centrosinistra in virtù del principio della governabilità. Una decisione che portò Mauro Giliberti, Paolo Perrone e Roberto Marti, tra gli altri, a fare appello, prima al Tribunale Amministrativo Regionale, dove ottennero una prima vittoria. E in questa direzione è andata la sentenza emessa dai giudici di Palazzo Spada secondo cui "la soluzione interpretativa proposta dagli appellanti pecca per l'eccessivo peso attribuito ai principi di governabilità e di primazia sindacale, i quali dovrebbero sopravanzare ogni altra esigenza, compresa quella, non meno rilevante in un assetto istituzionale ispirato al principio della democrazia rappresentativa, di garantire la presenza nell'organo consiliare di indirizzo politico-amministrativo di una rappresentanza di tutte le forze politiche tendenzialmente conforme al peso che ciascuna di esse riveste all'interno del corpo elettorale". 

In virtù di quanto stabilito dalla Sezione Terza del Consiglio di Stato il centrodestra passa da 11 a 17 consiglieri, mentre il centrosinistra passa da 20 a 14 consiglieri, con il restante seggio nelle mani del Movimento 5 Stelle. Fuori dunque Ernesto Mola, Roberta De Donno, Silvano Vitale, Giovanni Castoro, Gildo De Giovanni e Maria Paola Leucci; al loro posto subentreranno Angelo Tondo, Attilio Monosi, Giorgio Pala, Federica De Benedetto, Laura Calò e Paola Gigante. Ora la matassa è tutta da sbrigliare, al netto dei rimpalli di responsabilità tra l'una e l'altra coalizione. Vediamo insieme quali sono gli scenari possibili. 

 

IPOTESI 1 - dimissioni dei consiglieri di centrodestra e nuove elezioni 

 

Stando alle affermazioni del primo cittadino tocca ai consiglieri di centrodestra, quindi a chi ha avallato il ricorso al Consiglio di Stato, fare un passo avanti, che poi sarebbe un passo indietro, vale a dire dimettersi in massa per poter permettere ai cittadini leccesi di tornare quanto prima alle urne. La reazione che arriva dal centrodestra, ovviamente, rigetta le responsabilità al sindaco: dovrebbe essere lui, sostengono Giliberti e soci, a rassegnare le dimissioni, in blocco con i suoi consiglieri. "Una vera delusione: ci aspettavamo la linea da uomo con la schiena dritta di Salvemini, con le conseguenti dimissioni -hanno dichiarato all'unisono le forze di centrodestra-. Ed invece ci ritroviamo la linea tipicamente ondivaga in stile dellinociano. Certo è che gli inciuci si fanno in due ed uno ci pare già disponibile: si chiama Carlo di nome e Salvemini di cognome". Critica al sindaco, ma mirino ben puntato su Delli Noci a evidenziare rotture mai sanate.

Che la partita si giochi, però, soprattutto nella metà campo del centrodestra lo testimonia l'incontro di martedì 20 presso l'Hotel Tiziano. Quasi tutti i consiglieri presenti, ma la quadratura del cerchio è difficile da raggiungere. Passano le ore, la situazione resta in stand by e l'ipotesi di dimissioni di massa si fa sempre più remota. Paolo Perrone giura che è pronto a dimettersi: "Sono pronto a dimettermi e quindi sono favorevole, anzi favorevolissimo, a sciogliere questo Consiglio comunale e a tornare al voto -commenta l'ex sindaco di Lecce-. Purtroppo, la mia idea non è condivisa dall'unanimità dei consiglieri di centrodestra e siccome sono necessarie 17 firme (mi risulta che anche il consigliere Fabio Valente dei 5Stelle sia contrario) per determinare lo scioglimento del Consiglio, questa strada allo stato dei fatti non è percorribile. Non approvo la scelta di chi non vuole dimettersi, ma la rispetto". 

Dello stesso pensiero Gaetano Messuti, Angelo Tondo, Andrea Guido, Attilio Monosi, Luca Pasqualini, Paride Mazzotta, Luciano Battista, Federica Di Benedetto, Paola Gigante e Laura calò: tutti pronti a dimettersi e a far seguire la loro linea ai compagni di partito, ma l'obiettivo principale sembra essere quello di portare allo scoperto i nomi di chi intende sostenere l'amministrazione Salvemini. A tal punto che Mauro Giliberti, anche lui pronto a dimettersi, sfoga la propria delusione: "Incomprensibile fare ricorso e poi non dimettersi. Non posso nascondere la mia amarezza. Il centrodestra ha l'occasione di alzarsi dalle sedie e superare i personalismi con le primarie ed il voto subito, partendo da un programma condiviso che è già pronto e dando voce al proprio popolo. Invece mi pare non esserci l'unanimità su questo". Il riferimento è a coloro che nella sua coalizione hanno espresso dubbi sulle dimissioni, ovvero Michele Giordano, Antonio Finamore, Alberto Russi e Bernardo Monticelli Cuggiò. Intanto il tempo stringe e la scadenza del 24 febbraio si avvicina…

 

IPOTESI 2 - un Commissario prefettizio fino al 2019

 

E se ogni tentativo dovesse fallire? Niente dimissioni di massa dei consiglieri del centrodestra entro il 24 febbraio, niente coalizione, niente approvazione del bilancio di previsione, dimissioni eventuali del sindaco, cosa succederebbe allora? La soluzione davanti a tutte queste ipotesi sarebbe una ed una soltanto: la guida della città verrebbe affidata nelle mani di un Commissario prefettizio che la guiderebbe fino alla prossima tornata elettorale. Un tempo abbastanza indefinito, soprattutto se si considera che non ci sono alle porte nuove consultazioni amministrative.

Il Commissario prefettizio può compiere qualunque atto, sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione; tuttavia, non dovendo rispondere agli elettori e non avendo un preciso mandato elettorale, difficilmente assume decisioni di portata strategica. Se l'eventualità non fa strappare i capelli ai politici, ad esempio Paolo Perrone afferma che "in tutta franchezza, se Salvemini si dimettesse oggi e arrivasse il commissario, non sarebbe una sciagura. Anzi, una gestione commissariale in questo momento è preferibile a quella a cui abbiamo assistito in questi mesi", non altrettanto la pensano cittadini ed imprenditori leccesi che piuttosto che avere il commissario prefettizio preferirebbero tornare subito al voto. 

 

IPOTESI 3 - un governo a larghe intese 

 

Se la pista delle dimissioni di tutti i consiglieri del centrodestra resta irta di ostacoli, anche perché tra chi è stato riammesso in Consiglio comunale (Angelo Tondo, Attilio Monosi, Giorgio Pala, Federica De Benedetto, Laura Calò, Paola Gigante) o non vede l'ora di cominciare a lavorare, pensando anche di fare causa per risarcimento dei danni subiti, sia economici sia morali, o non ha intenzione di dimettersi, specie se non ha garanzie di una ricandidatura futura, prende quota la possibilità di una sorta di "grosse koalition" in modalità salentina.

L'obiettivo di Salvemini è quello di provare a continuare nell'azione amministrativa che, però da oggi, dovrà tenere conto della maggioranza di centrodestra nel Consiglio comunale. Lo lascia intendere anche Forza Italia, che ufficialmente non chiude le porte ad una possibile collaborazione, a patto che il programma da seguire sia quello del centrodestra. C'è chi lo chiama inciucio, chi governo nell'interesse del paese.

I tempi stringono e il primo cittadino lo sa bene: "Intendo compiere tutti gli atti necessari per garantire ai consiglieri comunali eletti nelle liste che hanno sostenuto Mauro Giliberti di poter esercitare il loro diritto di scelta riguardo lo scioglimento del Consiglio mediante raccolta contestuale di 17 firme. E consentire in tal modo di poter tornare al voto tra il 15 aprile ed il 15 giugno 2018". Se così non fosse bisognerà cercare di convivere, mettendo davanti a tutto il motto di un governo per il bene della città, individuando possibili punti di incontro nei progetti e nei programmi di sviluppo futuri. 

La conferma arriva dal Partito Democratico che rimarca: "Nelle dichiarazioni del sindaco si evidenzia il primato della cura dell'interesse generale di una comunità rispetto a qualsiasi calcolo di natura tattica, la cifra innovativa dell'agire politico". Innovazione che, tuttavia, dovrà essere apprezzata e condivisa da alcuni componenti degli altri schieramenti, pena il rischio di ritrovarsi nuovamente in una situazione di stallo che la città non può permettersi. A partire dall'approvazione del bilancio di previsione del prossimo mese di marzo, il manifesto programmatico sulle opere da portare avanti da una civica amministrazione. Sottilissimi fili, per lo più programmatici, su cui il governo cittadino dovrà muoversi come un funambolo per evitare rovinose cadute.

 

Alessio Quarta 



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