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Aldo Moro, un caso ancora aperto dopo quarant'anni

[04/05/2018] PRIMO PIANO

Aldo Moro, un caso ancora aperto dopo quarant'anni

Nuovi particolari inediti emergono dal libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Moro, in cui l’autore Riccardo Ferrigato racconta le pressioni esercitate dalla famiglia dello statista rapito sulla Santa Sede per favorirne la liberazione 

 

Se a distanza di 40 anni dovessimo spiegare ad un millennial a cosa ci riferiamo quando parliamo del “Caso Moro”, cosa diremmo? Diremmo probabilmente che facciamo riferimento ad un difficile periodo della storia italiana che vede in primo piano le tragiche vicende relative all’agguato, al sequestro, alla prigionia e all’uccisione di Aldo Moro: politico, accademico e giurista italiano nato a Maglie nel settembre del 1916 e morto a Roma il 9 maggio del 1978. Fondatore della Democrazia Cristiana, di cui divenne segretario nel 1959 e suo rappresentante alla Costituente, Moro fu l’esponente politico più importante che ritenne possibile un accordo politico fra i comunisti e i cattolici mediante un governo di “solidarietà nazionale” che includesse anche il Partito Comunista Italiano nella maggioranza. 

Il 16 marzo 1978 però, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse che uccise i cinque uomini della scorta e sequestrò Moro. Dopo una prigionia di 55 giorni nel covo di via Camillo Montalcini n. 8 le Brigate Rosse decisero di concludere il sequestro uccidendolo: lo fecero salire dentro il portabagagli di una Renault 4 rossa rubata, lo fecero coprire e gli spararono dieci colpi, facendone ritrovare il corpo nella stessa auto il 9 maggio a Roma in via Caetani. 

Papa Paolo VI amico e alleato di sempre che nell’occasione officiò una solenne commemorazione funebre per la scomparsa, senza il corpo dello statista per volere esplicito della famiglia, è ad oggi protagonista del libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Moro (Edizioni San Paolo). Riccardo Ferrigato, autore del volume, riporta infatti alla luce il caso Moro visto dal Vaticano pubblicando per la prima volta documenti inediti usciti dagli archivi della Santa Sede. Ferrigato rivela non solo il giallo che si consumò Oltre Tevere intorno alla famosa lettera di Paolo VI "Agli uomini delle Brigate Rosse", ma porta alla luce anche le pressioni sul Papa da parte della famiglia Moro. Pressioni testimoniate da due messaggi riservati del 31 marzo e del 5 aprile 1978 fatti arrivare al Pontefice tramite il vescovo Antonio M. Travia per chiedere interventi più “concreti” data l’indisponibilità di Giulio Andreotti e del Governo ad avviare trattative con le Br, a cui Papa Paolo VI secondo alcune trapelazioni si sarebbe offerto come ostaggio al posto di Moro. 

 

Tante domande che aspettano risposta 

 

Nonostante sembra essersi concluso quarant’anni fa uno degli episodi più tragici della storia della Repubblica, ad oggi tanti sono i punti oscuri sulla vicenda di Aldo Moro. Con la sua morte è venuto a mancare non solo uno dei più grandi uomini politici del nostro Paese ma anche il tentativo di avviare l’Italia verso una forma di democrazia vera, diretta espressione delle urne, che avrebbe visto due forze politiche contrapposte libere di confrontarsi ed ambire alla guida del Paese. 

Sei processi, numerosi libri ed interviste dei protagonisti, oltre ad incalcolabili sedute delle Commissioni Parlamentari sulle stragi degli anni di piombo non hanno ad oggi permesso di sciogliere tutti gli interrogativi che avvolgono il caso. Anzi, al contrario: sono innumerevoli le incongruenze venute fuori nel corso degli anni, partendo dall’analisi del luogo e del momento del sequestro, passando per i testimoni in strada, i gestori delle attività commerciali nei paraggi, il Bar Olivetti, le armi e i proiettili, la moto Honda poco distante dall’incrocio, le foto dell’ottico Gennaro Gualerzi, le infiltrazioni della ‘Ndrangheta calabrese, sino ad arrivare alla fuga solitaria del furgone con Moro nella cassa e a bordo i brigatisti Moretti, Morucci e Seghetti: circostanza anomala che avrebbe impedito loro di forzare posti di blocco o gestire eventuali problemi.

I brigatisti, vestiti con finte uniformi Alitalia durante l’attacco, diranno inoltre che avevano scelto di rapire Moro semplicemente perché Andreotti era troppo protetto. Sebbene lo stesso Andreotti abbia smentito tutto ciò, sottolineando come in quegli anni, tutte le mattine, molto presto e sempre alla stessa ora, andava a messa da solo e a piedi passeggiando per il centro di Roma semideserto. 

Sarà smentita anche la tesi secondo cui è un caso che Moro sia stato rapito proprio mentre si reca alla Camera per dare la fiducia al quarto governo Andreotti, sostenuto da una complessa maggioranza appoggiata per la prima volta anche dal Pci. Si sa infatti che soltanto la notte precedente il 16 marzo le BR squarciarono tutte e quattro le gomme del Ford Transit del fioraio ambulante Antonio Spiriticchio impedendogli di piazzarsi, come faceva tutte le mattine, in via Fani, proprio in prossimità dello stop all’incrocio con via Stresa. La moglie del maresciallo Oreste Leonardi testimonierà che Moro andava a passeggiare quasi tutte le mattine allo Stadio dei Marmi accompagnato dal solo caposcorta, per non parlare dei molti fine settimana trascorsi nella casa di Terracina, spesso a passeggio sul lungomare. Perché dunque non rapirlo in queste occasioni?

Ad oggi restano aperti molti interrogativi: si poteva salvare Aldo Moro? I brigatisti hanno raccontato tutto? Gli inquirenti erano a conoscenza dei piani dei terroristi? Ai posteri, si spera, l’ardua e giusta sentenza. 

 

Su Rai 1 Sergio Castellitto interpreta Aldo Moro ne Il Professore

 

È di qualche giorno fa l’annuncio da parte della casa di produzione Aurora Tv che conferma la messa in onda su Rai1 a partire dall’8 maggio del docufilm Il Professore, in occasione dei 40 anni dalla morte di Aldo Moro. Una serie di interviste e materiale di repertorio hanno permesso di mettere insieme la miniserie che vede alla regia del progetto Francesco Miccichè e alla sceneggiatura Franco Bernini. Il protagonista del racconto sarà Sergio Castellitto

Da accademico a politico, da presidente della Dc a presidente del Consiglio fino al rapimento avvenuto nel marzo del 1978 per mano delle Brigate Rosse, la storia metterà in luce il volto di un uomo che partito dal suo Salento è arrivato ai piani alti della politica, diventando per ben cinque volte presidente del Consiglio dei Ministri. Attendiamo con ansia di conoscere i dettagli storici su cui il film sarà incentrato, se saranno relativi al suo ruolo di professore universitario di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma o ai 55 drammatici giorni di sequestro. 

 

Serena Merico 



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