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"Troppi punti ancora oscuri in questa vicenda"

[03/10/2020] IN COPERTINA

"Troppi punti ancora oscuri in questa vicenda"

La sociologa e criminologa Marta Vignola, docente presso l’Università del Salento, non esclude la matrice sessuale ma suggerisce cautela finché non sarà emerso un profilo completo dell’assassino e del suo complesso universo interiore 

 

Il delitto consumato a Lecce nei giorni scorsi ha sconvolto tutti per la ferocia commessa, per le modalità e per la giovane età di quello che, allo stato attuale delle cose, è il presunto omicida. Il movente è ancora tutto da decifrare anche se, durante la conferenza stampa di martedì 29 settembre, i Carabinieri hanno parlato di una possibile “invidia per la vita felice” della coppia assassinata. Ci saranno ancora pagine da scrivere e dettagli da conoscere per provare a capire fino in fondo ciò che alla mente umana risulta incomprensibile: come si arriva a compiere un gesto così violento e premeditato? 

Ne abbiamo parlato con la professoressa Marta Vignola, criminologa e docente di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale all'Università del Salento. Impossibile pronunciarsi su molte cose su cui ancora vige il segreto istruttorio, ma emerge comunque un quadro sociale all'interno del quale il duplice omicidio si è consumato.

Prof.sa Vignola, qual è il suo punto di vista sulla vicenda?

In realtà, pur avendo seguito l'episodio che ha sconvolto l'intera comunità, perché un delitto del genere non accadeva da anni, ci sono ancora pochi elementi. Anche la confessione è legata al segreto istruttorio, quindi abbiamo un quadro di un delitto che forse potrebbe essere passionale e che certamente è stato premeditato, per via della cura con cui l'assassino ha segnato tutto il percorso, i suoi appunti che sono stati poi ritrovati e che lo hanno tradito una volta sottoposti a perizia calligrafica. Quello che si può ipotizzare dagli elementi a disposizione è la matrice sessuale, soprattutto per l'uso dell'arma, la reiterazione dei colpi e non ultima la volontà di sottoporre le vittime a sevizie atroci come sembra dedursi dal ritrovamento di lacci da elettricista con cui molto probabilmente avrebbe legato mani e piedi ai due giovani prima di realizzare questo piano criminoso. 

Da quanto dichiarato in conferenza stampa dai Carabinieri si parla di possibile invidia per la felicità altrui. Che ne pensa? 

Sono tutte ipotesi al vaglio degli inquirenti, ma il movente ancora non è emerso. Non azzarderei ulteriori ipotesi finché non si può leggere il contenuto del dispositivo, quando verranno fuori altri elementi. In presenza di omicidi di questo tipo, in cui prevale il profiling del soggetto, bisognerebbe conoscerne la storia, la soggettività dell'individuo e tutto questo non è ancora agli atti. Bisognerebbe conoscere meglio il soggetto e la relazione con i due giovani. Non credo si abbiano queste informazioni, almeno non sono state rese pubbliche. 

Quello di certo che si può dire però è che stato ampiamente premeditato come gesto?

È stato studiato, assolutamente premeditato e saranno tutti elementi che contribuiranno a completare il quadro delle aggravanti rispetto alla pena comminata, una volta che sarà accertata la responsabilità del soggetto. Probabilmente ci saranno anche delle ragioni psichiche relative a una individualità fragile, sembra un giovane con una certa fragilità se ci dobbiamo attenere a quanto è trapelato dalla cronaca. Aspetterei con cautela per tracciare un profilo completo dell'assassino.

Un ulteriore aspetto inquietante, stando alle parole del procuratore De Castris, è quello legato all'idea di torturare le vittime e poi scrivere un messaggio sul muro. 

È chiaro che nella mente fragile di questo ragazzo, quando accadono questi delitti così violenti, l'impatto sociale è un qualcosa di cui l'assassinio ha sempre bisogno. Ad esempio, le stragi nelle scuole che ci arrivano spesso dagli Stati Uniti sono legate ad una visione esasperata dei propri gesti e del proprio vissuto rispetto alla comunità di appartenenza. Magari in questo caso può essere un ragazzo socialmente isolato, disadattato. Certo è che è un monito che ci fa paura e che ci fa dire che questi giovani andrebbero seguiti di più. 

Quando si concretizzano gesti estremi così violenti c'è di solito, alla base, qualche difficoltà relazionale dell'omicida? 

Sì, assolutamente. Bisogna andare a leggere nella biografia di questo ragazzo per vedere non solo se ci sono eventuali problemi fisici e psichici, ma capirne il contesto evolutivo, di sviluppo, i livelli di socializzazione, cosa gli è stato offerto. Elementi che ci forniscono un quadro d'insieme del crimine e del criminale, aspetti che non vanno scissi. I criminologi usano spesso l'espressione di “ecologia del crimine” attorno alla quale sono nate delle teorie che vanno ad analizzare l'ambiente in cui è cresciuto un omicida, qual è stato l'humus sociale. Spesso non si può ridurre tutto ad una sola mente con problemi psicologici o psichiatrici, ma sono conseguenze di una serie di questioni sociali, culturali, di scelte politiche.

Nei giorni scorsi ha destato scalpore il fatto che nessuno dei condomini sia uscito per cercare di fermare la violenza. Anche questo è un aspetto che va a comporre un quadro di insieme?

Sì, questo è un elemento che ci parla di un territorio che probabilmente è legato a una forma di silenzio. Non parlerei, però, di omertà perché questo è un territorio che ha rifiutato nel momento più buio il silenzio legato a episodi relativi alla criminalità organizzata. È più dovuto al timore, alla paura, a una sensazione di impotenza rispetto alla necessità di un pronto intervento davanti a un pericolo. Molti di noi avrebbero paura ad uscire fuori di casa per tante ragioni. Sarebbe sbagliato e controproducente leggerlo in chiave omertosa. Abbiamo vissuto periodi peggiori e abbiamo risposto in maniera onesta e diversa da altri Sud che negli stessi periodi avevano a che fare con le altre mafie anche e sempre grazie alle capacità della Magistratura e delle Forze dell'ordine di intervenire come sono intervenuti in questo caso. Il procuratore ha avuto una modalità sia di raccontare questa storia, che di intervenire dal punto di vista giudiziario assolutamente impeccabile.

 

“Un gesto brutale e premeditato, indice di un chiaro disturbo psicologico”

 

“Una notizia che ha sconvolto tutti. Un gesto brutale che lascia sgomenti e che deve far riflettere sull’impellente necessità di investire nella salute mentale in prossimità della giornata mondiale della salute mentale, in programma il prossimo 10 ottobre”. È questo il commento di Vincenzo Gesualdo, presidente dell’Ordine degli Psicologi di Puglia, in merito al duplice omicidio dei due fidanzati avvenuto a Lecce. 

“Ciò che sconvolge ancor di più è l’accurata premeditazione -continua Gesualdo-, con estrema pianificazione di dettagli e la conseguente freddezza che ha accompagnato l’omicida per un’intera settimana, durante la quale ha continuato la sua regolare quotidianità, prima di confessare l’efferato delitto. Il ritrovamento di fogli nei quali era descritto, nei minimi dettagli, il percorso adducente al condominio di via Montello, la modalità e l'arma con cui De Marco intendeva consumare l'intera azione criminosa sono tutte caratteristiche che conseguono un chiaro disturbo psicologico e, nello stesso tempo, una chiara intenzionalità”.

Sulla possibile invidia per la felicità altrui, invece, Gesualdo fa una differenza importante: “Dobbiamo distinguere la gelosia dall'invidia: la gelosia, in genere, è il desiderio di possedere l'oggetto, cioè nel momento in cui mi rendo conto che c'è qualcosa che io non ho, tendo a possedere quell'oggetto di cui sento la mancanza. Questo mi spinge ad un'azione per sopperire a questa mancanza; l'invidia, invece, non è il desiderio di possedere l'oggetto, ma di distruggerlo per cui se non può essere mio, lo distruggo e non può essere di nessun altro. Questo porta ad un atto violento che non è soltanto quello del caso specifico, ma trasversale in tutta la società perché tendiamo a demolire l'altro”. 

Ne deriva un problema che non è solo e soltanto individuale, ma che abbraccia nel suo insieme tutti i rami della socialità che, in qualche modo, contribuisce all'emergere di questi fenomeni: “Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito ad un'inversione di approccio alla conoscenza, alle relazioni. Prima avevano un sistema solidaristico, il consociativismo aveva una sua ratio: aveva la necessità di mediare e di raccogliere più diversità. Questa visione universalistica è stata soppiantata da una visione competitiva, per cui mors tua, vita mea e questo amplifica i processi di individualismo e prevaricazione”. 

Il tema, quindi, è una scelta di campo, di investimenti da fare che riguardano in primis la politica, quindi le scuole, le parrocchie, le associazioni e la società tutta perché la sensazione è che si intervenga ancora poco sulla prevenzione di certi fenomeni. “Dobbiamo scegliere se affidarci alla prevenzione o rincorrere l'emergenza. Purtroppo, l'orientamento attuale è quello di andare a tamponare i problemi volta per volta, ma non si fa una politica seria di prevenzione. Non mi permetto di fare ipotesi diagnostiche in assenza di dati certi, tuttavia queste connotazioni delineano un evidente disturbo psicologico che non può prescindere da una seria presa in carico -conclude Gesualdo-. L’Ordine degli Psicologi è a disposizione delle autorità per offrire sostegno psicologico alle famiglie delle vittime di questa tragedia oltre che a tutte le altre persone coinvolte direttamente”. 

 

Alessio Quarta 



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