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"Sostenibilità, servizi e beni collettivi: così si combatte lo spopolamento"

[29/01/2021] IN COPERTINA

"Sostenibilità, servizi e beni collettivi: così si combatte lo spopolamento"

Secondo il sociologo Angelo Salento il fenomeno in atto non è irreversibile, a patto di rendere desiderabile la vita nei piccoli comuni attraverso iniziative dal basso e un’efficace azione amministrativa 

 

Un processo complesso, legato a dinamiche politiche ed economiche di lungo termine. Può essere presentato così il fenomeno dello spopolamento che da decenni sta interessando il territorio salentino. Dinamiche che vengono illustrate dal prof. Angelo Salento, docente di Sociologia economica e del lavoro presso l'Università del Salento.

Prof. Salento, in quale contesto si è sviluppato lo spopolamento del nostro territorio?

L’Italia non è nuova a processi di abbandono delle aree rurali e montane. A differenza di fasi precedenti, il processo di spopolamento attualmente in corso riguarda anche contesti che fino agli anni '90 avevano vissuto delle fasi di benessere, sviluppo e apparente prosperità. Fra questi c’è il Salento, e soprattutto la sua estremità meridionale. Qui dagli anni ‘70 si era innescata una crescita del benessere, legata da un lato allo sviluppo di attività manifatturiere in conto terzi (prevalentemente tessile e calzaturiero), dall’altro all’espansione dell'economia e dei servizi pubblici, con il rafforzamento delle infrastrutture del benessere: scuole, strutture sanitarie, reti di distribuzione di acqua, energie e gas, reti di trasporto pubblico. Questo ha alimentato la qualità della vita, ma ha anche offerto impiego, reddito e professionalizzazione a molti cittadini, che così hanno potuto migliorare la propria condizione sociale. 

Perché ad un certo punto questo percorso si è interrotto?

Essenzialmente per due motivi, collocabili a cavallo della fine del secolo. Primo: la crisi delle attività private legata ai processi di globalizzazione, alla concorrenza internazionale e quindi all'emigrazione delle imprese verso Est. Secondo, ma non meno importante: la decrescita dell'economia pubblica causata da tagli e privatizzazioni, con la conseguenza di una drastica riduzione dei servizi, ospedali, scuole, trasporti, poste eccetera, soprattutto nei paesi e nelle aree periferiche. Questo ha comportato un calo dei redditi e della qualità della vita, ma anche un declino delle prospettive di vita in molte aree. I più giovani non trovano più risposta alla domanda: “Cosa faccio qui?”.

Cosa serve per invertire nuovamente il trend?

Occorre ricostruire benessere condiviso. Ciò non vuol dire solo aumento del reddito, ma anche e soprattutto servizi e beni collettivi, quell’ “economia fondamentale” che è stata trascurata e lasciata al degrado. Questo richiede scelte di politica economica di scala nazionale: investimenti pubblici e un quadro di regole. Di pari passo, però, è necessario costruire un futuro per le nostre piccole comunità attraverso processi di rigenerazione territoriale, iniziative in grado di avviare percorsi di rinnovamento della vita dei nostri paesi, mettendo al centro le aspettative e le capacità dei cittadini. Non si tratta semplicemente di ripristinare il basolato della piazza del paese, ma di attivare processi che diano un senso al restare nel paese. L'esperienza della 'Casa delle Agriculture' di Castiglione d'Otranto è un caso esemplare e fortunatamente non isolato: sono iniziative che spesso partono “dal basso”, ma necessitano del contributo di amministrazioni locali e regionali. Gli amministratori dovrebbero perciò aprirsi a un’idea innovativa di benessere e di sviluppo, che non si esaurisce nel turismo e nel marketing territoriale. Sostenibilità, economia fondamentale, economia circolare sono i pilastri intorno a cui si può ricostruire il benessere dei paesi e il desiderio di abitarli. Un paese desiderabile è anche un paese possibile.

 

Alessandro Chizzini 



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